Estratto dal romanzo “Intermundia”

In una cittadina del Monferrato, Acqui Terme, mentre la vita tranquilla della provincia italiana sembra procedere come sempre, un crimine efferato e brutale, l’omicidio di una giovane coppia, pare dare inizio ad una serie di omicidi dalla ferocia inusitata. Il protagonista, imbattutosi per puro caso nella coppia pochi prima dell’omicidio, fa una singolare ed inspiegabile incontro con un qualcosa, od un qualcuno, che sembra provenire da un altro piano dimensionale. Tra i vapori sulfurei della fontana della Bollente ed i profumi del mosto, un dio demone, così pare, evocato dalle profondità degli intermundia, il terribile Zepu, dopo aver risposto all’evocazione di tre apprendisti stregoni, sta preparando il proprio ritorno sulla Terra, dopo esser stato allontanato secoli addietro negli Spazi Esterni dagli altri dei, iniziando ad affilare il proprio artiglio ronzante sulle ossa dei viventi. A contrastarlo, il protagonista del romanzo, un insegnante di lettere da poco tornato single, e perennemente di cattivo umore, e uno strampalato, raffazzonato gruppo di esoteristi fai da te, che, al pari dei responsabili dell’evocazione di quel potente demone, poco hanno a che fare realmente con parole di potere, sigilli e grimoires. Per cercare di orientare il gruppo, ed impedire il diffondersi del male portato da Zepuh, fanno la loro comparsa i misteriosi, enigmatici Insonni, gli Stanti e non Cadenti, una cerchia di esoteristi dalle grandi realizzazioni a cui è precluso l’intervento diretto nelle vicende del mondo.

Tra sbronze, improbabili rituali evocatori, serate al pub, impianti di piercing consacrati, digressioni filosofiche ed esistenziali, una storia sospesa tra fantasy, humor nero e gusto per il grottesco, con un tocco di filosofia ed un retrogusto di piombo alchemico…

Capitolo quattordicesimo

La porta del quarto piano si era dischiusa dopo quattro giri della chiave che Renato, nella bettola, aveva consegnato a Roberto. Uno spintone, la piccola resistenza d’una imperfezione nel cardine, e, dopo, un corto, largo corridoio rivestito per intero di pannelli di legno massiccio e scuro. I quattro insonni attorniavano Roberto in un gruppo variamente composito, costituendo, almeno di primo acchito, una compagnia davvero singolare. Il ragioniere, il gesuita, con il suo aspetto da Hell’s Angel ed i muscoli tatuati in vista, era di sicuro il religioso più singolare del pianeta, anche se la sua vestizione da miles christi risaliva alla metà del seicento. L’altro uomo, abitatore della palazzina, era un piccoletto completamente calvo, con occhi obliqui e l’aspetto estremamente pericoloso. Gli occhi di Rita erano una selva, e profumavano del folto del bosco, della crescita di piante e frutti, del volo sulle vette di aquile e nuvole. Era una perfetta espressione della terra, e Roberto non poteva guardarla senza sentirsi ergere qualcosa tra le gambe. Rita lo sapeva, e rideva ogni qualvolta i suoi occhi incontravano quelli dell’uomo. L’ultimo arrivato, beh, avrebbe fatto la gioia di Dario Argento o di Wes Craven. Alto, la barba mefistofelica, sembrava la versione saggia e contemplativa di La Russa. L’amplio sorriso, e la voce pacata, stemperarono in Roberto l’angoscia di tale accostamento. Non avrebbe accettato d’essere iniziato ad alcunché di magico, o sacro, in compagnia di un gemello di Ignazio.

-E’ la prima volta che entriamo nel tempio, da quando abbiamo comprato la palazzina, quarantasei anni fa, e suggellato la stanza. Ci siamo impegnati, ognuno con le nostre arti e la nostra conoscenza, a renderlo un aleph, un tempio di contatto con i vari intermundia…ora ci riuniremo e tracceremo i sacri sigilli, iniziando una serie di invocazioni, chiusure, bandi, che ci permetteranno di bloccare i vari intermundia…dopo che saranno sigillati i passaggi, beh…dovrai compiere un viaggio particolare, e riunirti con i tuoi due simpatici amici dilettanti per affrontare Zepuh e ricacciarlo nel suo mondo…questo implicherà una seria dose di pericolo…potrai morire, divenire schiavo di Zepuh, essere trascinato nel suo inferno, e lì voltolarti nel dolore per cinquecento anni…io ti impianterò, ora, lo zyath, con un procedimento antico, risalente alle prime pietre di Ninive ed Ur…uno simile era presente sulla lingua e nella gola di Abramo, ed uno quasi eguale l’aveva pure Giacobbe, ma loro preferirono, o beh, non divago proprio adesso…poi Girolamo e Rita inizieranno l’invocazione ai grandi dominatori di questi piani ontologici, e quindi si procederà alla consacrazione…successivamente, andrai a raggiungere i tuoi amici, e lì, assieme a Renato, cercherete di legare Zepuh…sempre che non faccia come quella volta a Glasgow, quando birra ed assenzio avevano trasformato la lingua di Renato in una lumaca bavosa, e le parole di potenza dei balbettii talmente strani da mutare l’atto magico in una sciarada che fruttò la fastidiosa presenza d’un poltergeist per più di quindici anni.-

Entrammo in una stanza. Niente luce, nessun interruttore. Rita accese alcune candele di pura cera ed olio di oliva, prese dal corridoio, e ce le consegnò. Un ambiente rivestito di tendaggi, un braciere, un leggio, come quelli da chiesa, un libro sopra di esso, dall’aspetto artigianale, logoro, una cassa su cui era steso un drappo rosso con sopra ricamato una pentalpha. Il gesuita si avvicinò alla cassa, spostò con cura il drappo, deponendolo poco distante, quindi fece saltare il chiavistello, traendo dall’interno diverse candele dall’aspetto piuttosto inconsueto, a stella, plasmate antropomorficamente e teriomorficamente, seguendo i tratti d’un bestiario degno dell’alto medioevo. Disposte le candele in vari punti della stanza, fu la volta di un grosso pezzo di ematite, con cui Rita tracciò un doppio circolo, e più distante un triangolo con all’interno un cerchio semplice. Parole, o lettere, in lingue ed alfabeti sconosciuti, vennero inscritte nelle due figure, mentre il piccoletto dall’aspetto letale aveva iniziato una litania dal tono basso e monocorde. Senza tanti complimenti, venni spinto all’interno del doppio circolo, dopo che Rita ne aveva cancellata una parte per creare un varco sufficiente a fare passare, insieme a me, il gesuita, munito di aghi, anelli, campanellini, tutti avvolti in un panno giallo oro. Anche Rita e Girolamo entrarono nel doppio cerchio, tracciato attorno al leggio, mentre il piccoletto prese posto nel triangolo, al cui interno stava il braciere. Devo dire che i preliminari non erano il pezzo forte del miles christi in fatto di relazioni umane e pratiche motivazionali, perché il gesuita mi prese la lingua ed iniziò a forarne con forza la punta, mentre il salmodiare del piccoletto iniziava a salire di tono, e Girolamo e Rita procedevano nel mormorare in una strana lingua una serie di vocaboli sconosciuti.

-Eshkerereie shaha el saddy el mesqarem ishcevah ben elhim esherkehye shadaray el ben elhim merkavàtem ben elhim zafyr el ben samarà shiemmerè shomilè .!- ripeteva in continuazione Girolamo, mentre Rita intesseva disegni con le dita, ed il piccoletto, ondeggiando e roteando il busto, cantava una frase ripetuta ossessivamente, ipnoticamente: – Zazas zazas nasatanada zazas! – Profumi ed incensi iniziarono a bruciare, spandendo potenti aromi e addensando l’aria nella stanza sino a creare una sorta di spessa cortina fumogena. Sussurri, voci lontane, un intenso stormire di foglie, iniziarono a levarsi dai quattro lati, mentre Rita, sibilando parole forse in arabo, forse in ebraico, correva lungo il cerchio battendo imperiosamente il tallone destro e puntando una piccola spada che aveva pescato dalla cassa. Il dolore era sopportabile, anche se il grande profluvio di sangue mi aveva reso simile ad un capretto sgozzato. Il gesuita aveva terminato di impiantarmi un primo piercing alla lingua, ed ora cercava di raggiungere il velopendulo, per infossare un piccolo campanellino d’argento.

-Maledizione…ci siamo scordati gli antiemetici…dovrai sforzarti per trattenere i conati di vomito…è importantissimo, vitale…se interrompi l’infissione mentre Rita starà celebrando la consacrazione…beh, dovremo abbatterti, perché sarai presto preda d’un amok spaventoso…diverrai famelico di carne sanguinante, simile ad un pazzo furioso…ti aggirerai per le strade azzannando chiunque…quindi ti conviene, credimi, non fare neppure una mossa.-

Iniziai a maledire la mia imbecillità, il mio malsano senso dell’inutilità che mi aveva sempre spinto ad imbarcarmi in imprese fallimentari, come quando avevo accettato di impegnarmi in politica nonostante sapessi, sin dall’inizio, che sarei entrato in rotta con la nomenklatura esistente, o avevo preso a corteggiare la più bella della compagnia, guadagnandomi tre mesi da cavalier servente, e null’altro, se non tante cene a mio carico, e molti cleenex fradici delle sue lacrime per la cattiveria dei suoi ex. Detto, fatto. Epurato dopo aver risolto una situazione difficile, e senza neppure un grazie per l’impegno, e dimenticato di punto in bianco per un ennesimo calciatore della locale squadra. Se fossi sopravvissuto a quell’avventura, decisi in quell’istante, avrei imparato la più saggia ed antica arte del mondo. Farsi i cazzi propri.

Rita mi si pose davanti, svestendosi e rimanendo completamente nuda dinanzi a me. Il fitto pelo della vulva luccicava alla luce del braciere e delle candele, mentre piccole perle di sudore ricoprivano per intero la sua pelle. I suoi occhi da felino erano torce, ed io sentii un desiderio selvaggio, irrefrenabile, quasi primordiale, di giacere con lei, di gettarla a terra e di possederla.

– Pensa a me come alla quintessenza della crescita della natura, come la forza generativa. Pensami come Eva, la madre delle creature. Pensami come alla paredra di Shiva, o ancora, come Sekhmeth che si unisce a Ptah. Pensami come alla tua anima, e ripeti mentalmente ogni frase che io ti dirò!-

Faticai non poco per rintuzzare l’erezione. Il turgore del membro era un elemento troppo distraente la mia attenzione per riuscire a seguire quanto espresso da Rita. Nel triangolo, voci sommesse provenivano dal piccoletto, ora seduto in posizione del loto ed intento a roteare occhi e testa, mentre la sua lingua si arrampicava lungo vette fonetiche impensabili per un apparato glossolabiale europeo. Mghwz sfrhgth msdg sshujk ftgnh…quelle erano alcune delle locuzioni che strisciavano fuori dalla sua bocca, mentre la rotazione del capo e degli occhi facevano parere il piccoletto un pazzo in preda ad una crisi ossessiva.

Rita stese le mani sulla mia testa, inspirò profondamente e, senza staccare le palme da me, ruotò tre volte in senso orario, posizionandosi quindi alle mie spalle, mentre il gesuita continuava a pinzarmi il velopendulo cercando la giusta angolazione per lo zyath.

-Io vi invoco, esseri santi, gloriosi e potenti

Tre volte potenti, santi, nati dal ventre della terra

seguaci della luce

arcidemoni potenti

abitatori del caos primigenio, degli inferi cinerei,

dell’abisso insondato, del profondo del tempo,

del grembo metallico della terra,

voi, che siete i cardini dell’orizzonte,

linee del cielo, punti di oblio nell’inserzione,

voi, che abitate nel cuore delle nubi

cariche di tempesta,

voi, che osservate l’invisibile, poiché siete

i custodi

che celate i segreti,

voi, abitatori del sottosuolo,

signori e dominatori delle vene dei metalli

e delle sorgenti del sottosuolo,

voi, che scatenate i sommovimenti terrestri,

fondatori e misuratori dell’abisso,

voi, che fate agghiacciare l’anima ed il corpo,

servitori e signori severi e perfetti

dell’incubo che danza nascosto tra i battiti delle ciglia,

voi, che accompagnate la rotazione della terra

con il vostro respiro,

voi, che trattenete le acque con lo spirare del gelo,

voi, dardi scagliati lungo il regno dell’Aria,

voi, che spandete i raggi agostani del sole,

voi, che incatenati i venti ai vostri passi

scuotendo le montagne con le tempeste

e gli oceani con il passo deitritoni,

signori del fato, padroni

d’ogni catena dell’erebo,

voi, che date corpo alla necessità del fato,

voi, che eruttate fontane di fuoco,

voi, portatori dei morsi dell’inverno,

voi, che chiudete e liberate i venti,

voi, che scuotete le fondamenta della terra

ed i pilastri dei cieli,

voi, che guidate il passo dei mortali

lungo i varchi tra un mondo ed un mondo,

potenti sovrani, camminatori sulle acque,

voi che sfiorate l’orlo dei dirupi,

demoni ostili e guardiani benevoli,

fomentatori di ingiustizie ed avvocati difensori,

cuori ferrigni, liberi, selvaggi, irrefrenati,

custodi delle pene del Tartaro,

voi che conducete la morte alla porta dell’uomo,

voi che risucchiate l’ultimo respiro dei viventi

per farne catena di contenzione,

voi che tutto vedete, tutto udite, tutto comprendete,

voi che date il soffio alla pietra

e la parola alla foglia,

voi che scuotete il cielo per strappare le stelle,

voi che condensate la morte nel cuore dell’infante,

strappandogli la vita come frutto acerbo dalla pianta,

voi che punite i mortali

e che rincorrete con sferze i mai nati,

voi che manifestate la tenebra,

voi che dominate ogni demone ed ogni nunzio,

signori dell’universo, santi e privi d’ogni limite,

aoth abaoth basym isak sabaoth iao iakop mamnra’ skorturi

mortroum ephraula threersa

in virtù di questo legame

vi ordino, consacrate questo mortale

come aleph vivente,

ché né la folgore o l’abbraccio cinereo,

né la scossa del lampo o l’urlo della tormenta

lo possano colpire.

Sia consacrato con la vostra forza, e che Zepuh, vostro fratello

nell’abisso di vergogna squarciatosi dopo

il Grande Sacrificio, nulla possa

contro il suo canto e le sue parole.

Naas, serpente della vita che genera se stesso

con l’arcuarsi della schiena,

cerchio eterno della forza mai nata,

comprendi col tuo sguardo questa operazione

ed allontana il pericolo di morte che striscia

nelle vene di questo mortale.

Eshereye Adny Eshereye!-

La procedura dell’impianto dello zyath procedeva di pari passo con il salmodiare della donna. Il Cardano, fissi gli occhi in un rubino incastonato in un anello, sembrava perso in un fitto dialogo con qualcuno, o qualcosa, dietro la superficie della pietra. Parole di potenza, mutuate dalla cabala ebraica, apparivano risposte risolute, decise, quasi una imposizione verso quell’interlocutore impossibile, sicuramente esistente solo nella fantasia di quell’uomo. O no? Un lucore verdastro iniziò a diffondersi dall’anello, quasi come una nebbia da una palude, mentre le urla dell’occultista apparivano troppo reali e pressanti per attribuirle ad una macchinazione, ad una farsa. Forse qualcosa di strano stava accadendo, dopotutto. Anche perché, senza un motivo preciso, quello che doveva essere una normale fiamma d’una candela, quella posta al lato est dell’altarino improvvisato, aveva gonfiato la sua massa sino ad apparire quasi un falò.

-Affronta il tuo Santo Guardiano, ora che lo zyath abita in te!- mi disse quasi urlando il gesuita, lasciando cadere gli strumenti di lavoro. Il gigante si accovacciò in un istante, serrando le gambe al petto, per poi chinare il capo ed abbracciare le gambe con le braccia. Da dietro quella barriera, la sua voce aveva iniziato una nenia in latino, o forse in un qualche patois sconosciuto, nel mezzo del quale alcuni fonemi parevano familiari, ed altri assolutamente alieni, ed impronunciabili.

Roberto stette per alcuni istanti ad ascoltarlo, ipnotizzato, poi, uno sfrigolare crescente lo destò da quello straniamento, e si volse.

Un ruggito prese a levarsi dalla fiamma, ormai grande come una persona. Due occhi ferini, scuri come la pece, iniziarono a disegnarsi nel cuore della fiamma, come ardesia ribollente, mentre il rumore della brace mormorava bestemmie e minacce. In quel preciso istante, mentre le coordinate della stanza iniziavano a prendere inclinazioni geometriche impossibili, e le ombre dei presenti forme, e dimensioni, surreali, una folata di vento gelido e denso del fetore delle paludi prese a spirare dagli angoli di quella stanza, mentre i pori della mia pelle, almeno a me parve di vedere questo, sembravano dilatarsi per trasformarsi in tante piccole bocche digrignanti, sghignazzanti o arcuate in un’espressione d’irrimediabile disperazione. Tutto era talmente oltre, compreso quella fiamma deambulante ed umanoide, che quell’ultima visione mi parve quasi normale, conseguente rispetto alla restante parte degli avvenimenti.

Rita cadde improvvisamente a terra, come colpita da un collasso. Il suo seno spesso e risoluto era sottolineato dal respiro ansante, agitato. Sembrava che lottasse contro qualcosa. Anche Girolamo era per terra, gli occhi sbarrati ed i denti intenti a ritmare un flamenco di puro terrore. Solo il piccoletto dal ceffo maligno resisteva, quasi insensibile a quanto stava accadendo. Non so perché, ma, in quel momento, provai un impulso irrefrenabile a colpirlo con un calcio in pieno viso. Avevo altro da fare, però. Una fiamma antropoide di quasi due metri si era staccata dalla candela, avvicinandosi con flessioni e dondolii. Non sapevo cosa fosse o cosa potesse significare. Ma erano tutti cazzi miei. Indiscutibilmente. Nessuno mi aveva parlato di questo, né, tanto meno, mi era stato detto come comportarmi. Merda. Ero nella merda, una merda metafisica e metaintestinale, visti gli spasmi sfinterici che sentivo agitarsi tra chiappa e chiappa. Solo questo mi era chiaro. Stavo nei guai, e di quelli con la G maiuscola. Chiesi in cuor mio agli Dei, alla Natura o alla Necessità, di bloccare l’incipiente scarica diarroica che bussava al mio sfintere per far visita a scarpe e pavimento, previo viaggio lungo i jeans dozzinali che indossavo. Morire con un minimo di dignità, non dico da eroe, ma senza l’imbarazzante ricordo dell’ultimo pasto consumato col tenero nonnino inguaia-nipote giù per le gambe. Mi girai ponendomi in guardia da combattimento. In quel frangente, l’unica cosa che mi venne in mente era quella di assumere un atteggiamento marziale. Avevo fatto palestra apposta, per imparare a difendermi, o almeno era quella che scusa che mi ero dato per cercare di combattere la sedentarietà e l’avversione per l’ambiente della palestra. Mi ero preparato anche benino, tutto sommato. Avevo imparato i principi base e gli automatismi dell’autodifesa. Non da un Santo Guardiano, però. Presi a muovermi verso la fiamma deambulante, insufflando aria per cacciare un urlo di guerra. Probabilmente l’ultimo prima di quelli agonici. Aprii le labbra e cacciai fuori il miglior kiai di cui fossi capace. Un fragore metallico, simile ad una cascata, fuoriuscì dalla mia gola, combinandosi con una vibrazione acutissima proveniente dalla punta della lingua.

– Gli zyath!- pensai, mentre una sorta di trifonia, simile a quella dei cantanti di Tuva, partì dalla mia gola, condensandosi e materializzandosi quasi sulla punta della mia lingua.

Nello stesso istante, uno sciame di api dorate apparirono dinanzi a me, iniziando a danzare una melodia mai udita prima. Diffusa in ogni millimetro cubo della stanza, sembrava quasi come il suono di un’arpa, di mille arpe, di migliaia di strumenti a corda della più disparata natura, dimensione e tonalità. La sentivo pizzicare sulla pelle, accarezzare il mio viso, mentre le api, uno sciame impressionante, si gettavano addosso al demone, scomparendo in lui con un piccolo schiocco di frusta. Un profumo intenso di campi in fiore invase la stanza. Sembrava l’esplosione della primavera sopra un alpeggio, ad aprile.

-Santa Maria del Pilar! Gli zyath hanno funzionato!- pensai tra me e me, mentre la fiamma iniziò a dissolversi in un tenue, indistinto bagliore. Imbaldanzito, attaccai nuovamente la figura con un altro urlo a pieni polmoni. Il secondo kiai fu un treno che fischia in galleria, assordante. Dal soffitto, stormi di ombre, simili ad uccelli, si scagliarono sulla fiamma, colpendola e scomparendo in essa mentre lo scroscio di un uragano, lo sciabordio del mare in tempesta, il sibilare del vento tra le vette, tutto attorno a me, sembravano rendere quella presenza, prima tremenda, null’altro che un lucore sempre più debole.

Quella fiamma, titanica e spaventevole al suo apparire, sembrava ora in lotta per alimentarsi per non spegnersi, come un povero bivacco nel bel mezzo d’un temporale improvviso.

Mi trovai per terra, in mezzo ad una pozza di sudore e sangue. Dal naso, dalla bocca, dalle orecchie, emorragie continuavano a stillare, mentre una piccola, esigua fiamma danzava sul palmo della mano destra.

-Gli spiriti elementali che presiedono alla generazione della vita sono stati destati…loro presiedono alla conservazione della vita e della bellezza delle sue forme….la fiamma dondolante è la prima forma, quella esterna, della proiezione arcontica…ed ora è stata ridotta al suo minimo. Inspirala su dal naso, al momento opportuno, ed egli diventerà parte di te, tuo dominio…forse diventerai come uno di noi, un insonne, forse…forse potrai divenire un eterno insonne, anche se un poco stupido ahahaha. – mi disse divertito il gesuita da dietro la posizione rattrappita. Non smetteva di far dell’ironia, il miles christi. Rara avis, soprattutto dopo l’incontro con un demone mangia anime. Mi stava davvero simpatico, dopotutto, nonostante passasse il suo tempo a sfottermi.

Guardai l’uomo, quindi gli altri. La vulva di Rita mi allettava. Era un richiamo quasi irresistibile. Un archetipo del piacere. Sarebbe potuta divenire mia. Forse. Osservai Girolamo, steso per terra, gli occhi vitrei in un mondo che solo lui vedeva. Cercai con lo sguardo il piccoletto dal ceffo feroce. Rideva sardonico, mentre il bianco degli occhi sigillava la sua vista esteriore.

-Un pacchetto di Calumet dovrebbe essere sufficiente, per il momento.- dissi, svuotando con un agile movimento la scatola di latta dei sigari aromatizzati. Ah, meno male che avevo ripreso a fumare decentemente. Alla faccia del salutismo.

– Finiamo il rituale consacratorio – sentii dire da Rita, ripresasi quel tanto da alzarsi e claudicare verso di me.

Avevo un nonno paraculo, pensai, guardandola per l’ennesima volta. Alla faccia dello spirito virginale, sentii dire, o pensare, da dentro la scatola di sigari. Avevo anche un paraculo come Guardiano? Stai a vedere, pensai, che, alla fin della fiera, il meno sveglio risulta essere sempre il sottoscritto.

Feci per alzarmi, ma le gambe non mi ressero del tutto. Misi un ginocchio a terra. Qualcuno, forse Rita, mi aveva sussurrato nell’orecchio, mentre il secondo kiai aveva mandato ko il Guardiano e me, di non compiere alcun gesto che potesse esser equivocato come segno di devozione, sottomissione o resa.

Come chinare il capo.

O flettere le ginocchia. Merda!

Dal fondo della stanza, un gorgoglio, quasi uno sciabordio, mi informò che non tutto era finito.

– The show must go on! – sussurrò il piccoletto, ridacchaindo. Quanto mi stava antipatico quello!

Interludio

…Sono giunto al momento della morte, perciò ora, per mezzo di essa, assumerò unicamente l’atteggiamento dello stato della mente illuminata, benevolenza e compassione, e realizzerò l’illuminazione perfetta per il bene di tutti gli esseri senzienti senza limite come lo spazio…

Dal Bardo Thodol

Capitolo quindicesimo

Antro di pietra. Un lucore beige, mai visto prima, promanava dalle pareti. Alla destra della scena, una figura macilenta, una donna coperta da un sottile velo sino ai piedi, lamentava una nenia senza senso. Odore di freddo umido, di grotta perduta da secoli. Tracce di fango, passi disseccati nella polvere, a tratti l’odore sferzante di sangue e di viscere aperte all’aria. Corpi moribondi e gementi, con ventri enfi di feti, erano accatastati scompostamente nel centro, mentre la donna ricoperta di veli ondeggiava trasportandosi da un angolo all’altro della scena, sfiorando il terreno polveroso e, a tratti, sparso di pozze malsane…(continua)

Tratto dal romanzo in via di seconda stesura “La corsa nel bosco”, un romanzo tra fantasy, formazione, spunti filosofici e antropologici, continuazione della narrazione iniziata col romanzo “Intermundia”.

Genova, Giugno dei primi anni ‘70

I rumori della festa del Santo Patrono giungevano attutiti, ora che le tapparelle e le tende erano state abbassate sino in fondo. L’abat jour della modesta stanza del bilocale spandeva una luce giallastra, che lui aveva sempre trovato triste. Roba da vecchi. Non poteva di certo dirlo alla zia Edda, si sarebbe offesa. In fin dei conti lei lo era davvero vecchia, o almeno a lui pareva così. Quella donnina magrolina, con i capelli tenuti in una crocchia, dal naso lievemente aquilino ed affilato, lo sguardo lontano, dolce e sempre triste, accompagnato da un sorriso vago, quasi sorpreso, e con quelle camicie dai colori tenui, nocciola o beige, dalle lunghe maniche abbottonate, stirate alla perfezione, parlavano a lui, un bimbetto di pochi anni, di un’epoca che non conosceva, ma che aveva intravisto in quei sceneggiati televisivi che i suoi genitori guardavano avidamente in quella scatola grigia che tanto era costata loro in sacrifici per le rate, comprensive anche del mobiletto adeguato e della pazzia di un tostapane. Si erano americanizzati, diceva sempre suo padre, ed ora toccava anche a lui, comunista senza nessun tentennamento, arrivare a casa dal turno e mangiare i toast per cena, seduti su scomode poltrone, anch’esse comprate a rate, facendo ben attenzione a non far briciole fuori dal piatto, appoggiato sui centrini della suocera.

Gli sceneggiati televisivi mostravano le opere di Flaubert, Cronin e Dostojevski, gran bei lavori, un livello superiore rispetto a quello che avrebbe, di lì a qualche anno, iniziato ad inondare le case dagli schermi non più in bianco e nero, ma a colori, e col telecomando. E soprattutto, l’americanizzazione sarebbe davvero avvenuta attraverso telefilm e videoclip, ma sarebbe stata ben altra cosa da quella paventata da suo padre. A lui, neppure sei anni compiuti, l’America non dispiaceva, e neppure la Francia, di cui zia Edda parlava sempre, con la sua voce sottile, quasi sussurrata, un lieve accento ancora, di tanto in tanto, a rendere la sua parlata quasi una cantilena. Un incantesimo. E zia Edda, vissuta a lungo in Francia, a Tolone, Nizza, Marsiglia, e persino a Parigi, dove aveva lavorato come domestica e bambinaia per importanti e ricche famiglie, aveva sempre da raccontargli cose remote, lontane, estranee eppure a lui vicinissime. Gli sembrava una donna di quell’ottocento dei sceneggiati, una dama uscita dai salotti con arazzi e drappeggi, candelabri, brocche e canterani.

La zia si era seduta su una piccola poltrona piena di sbuffi, quasi una sciccheria in quel bilocale modesto, arredato con vecchi mobili ereditati dai parenti e con poche cose moderne, comprate coi risparmi della sua povera pensione.

La Francia non mi aveva arricchita, diceva zia Edda, almeno non nel borsellino. Ma dentro, oh, dentro era un’altra cosa. Le aveva fatto un dono immenso, ed era giunto il momento che lei iniziasse a prendere in considerazione a chi avrebbe potuto lasciare quel regalo in eredità, quando l’ultimo dei suoi respiri avrà abbandonato la sua gabbia toracica come un uccello finalmente libero di tornare al vento ed alle nuvole.

“Mon petit”- così chiamava sempre il pronipote, tenuto in custodia da qualche tempo per quasi tutto il giorno, da quando la sorella aveva dovuto affrontare un ricovero al Gaslini per un intervento chirurgico che necessitava di una lunga degenza post operatoria -”mon petit, non piangere per quello che ti sto dicendo! Su, fai il bravo, fai l’ometto coraggioso! Sorridimi e vieni tra le mie braccia. Io e te lo sappiamo bene, o no?”-, ed a quel punto le sue labbra, insolitamente giovani e flessuose, stampavano un bacio sulla guancia del bimbetto, immalinconito e coi lacrimoni sospesi alle ciglia come le gocce al cornicione, dopo un temporale, -lo sappiamo bene che Dame Morte non ha un potere reale su di noi…almeno su di me e su di te…è nostra amica, dobbiamo parlarle e farla ragionare…è testona come una suocera, ma ci può dare una gran mano, se le siamo amici durante la vita, e non la scartiamo come se fosse una appestata. Dame Morte, mon petit chou, è come un guidatore di taxi. Ti può portare dove più ne hai bisogno, e il prezzo che hai da pagare…beh, nel nostro caso è solo…è come mettere la testa sott’acqua per un po’…nulla di più!

“Ma io ho paura di mettere la testa sott’acqua…ho paura di annegare!” pigolava sempre il pronipote, stringendola a sé come per volerla difendere, come per fare in modo che quel taxista non la potesse mai prendere. Non la voleva perdere, non adesso che, dopo poco più di un mese, da quando la sua famiglia si era trasferita dall’entroterra monferrino per quel ricovero troppo lungo e costoso per le finanze della sua famiglia. Papà aveva finito le ferie, ed era tornato a casa, ai suoi turni in fabbrica, facendo lentamente trasformare l’appartamento in un deposito di polvere e vestiti da lavare. La mamma era ospitata dalla zia, la sera, quando arrivava sfiancata e triste dalle ore trascorse in compagnia della figlia Lorella, ricoverata al Gaslini. Lì lui la aspettava arrivare, al contempo felice di rivedere sua madre e un poco infastidito dal dissolversi di quell’atmosfera magica che si era creata sin da subito con Tante Edda, o, come lei preferiva farsi chiamare, con Tante Brise.

“Tante Brise…ce l’hai la chiave magica”? Gli chiedeva dopo la merenda quasi in un sussurro, gongolando al pensiero di quello che sarebbe accaduto.

“ Bien sur, mio piccolo cavoletto….ma che cosa ti devi ricordare per prima cosa? Tante Brise allungava le dita sino a farne una coppa attorno al suo orecchio sinistro, sorridendo con aria quasi svagata. Era persino bella, persino giovane, quando si metteva a giocare a fare il corno acustico, ed immancabilmente il piccoletto, squittendo, andava a sussurrare nell’improvvisato corno il loro segreto. I suoi occhi luccicavano, ed anche quelli di Tante Brise.

“Beh, si, e nel cassetto chiuso a chiave, con il libro e le carte. Ci prepariamo per il nostro gioco, vuoi ?”-

Il piccolo batteva le mani, quindi, in silenzio e lo sguardo fisso negli occhi della zia, iniziava a sbottonarle quella camicetta da sceneggiato, dal collo sino all’inizio del ventre, infilando delicatamente le ditine nel solco tra i seni della donna. La polvere quasi impalpabile del borotalco, attorno a quei seni piccoli e fasciati dal reggiseno quasi vittoriano, ricopriva delicatamente una piccola chiave dall’aspetto vetusto, di color bronzo dorato, appesa ad una collanina d’argento..

Il bimbetto la prendeva tra le dita, sempre un poco titubante per aver compiuto quel gesto così confidenziale, così privato. Aveva toccato il seno di una donna, e, per di più, nonostante fosse addirittura più vecchia di sua madre stessa, beh…la cosa non gli dispiaceva affatto. Provava sempre un’onda di calore scendergli dal viso e avvolgergli tutto il corpo, mentre sentiva come se degli avanotti avessero iniziato a nuotare vicino al suo pisellino…era la stessa sensazione di quando, al fiume, nei radi momenti di relax della famiglia, lui stava con i piedi immersi nell’acqua, ed i pesciolini venivano vicino alle caviglie, sbocconcellando, almeno così sembrava, la sua pelle, e facendolo sempre ridere per il solletico.

“Nonostante l’età, zia Edda, sei ancora una bella donna…peccato che tu non abbia voluto sposarti!” – sua madre la rimproverava, almeno una volta al giorno. E lei, lo sguardo lontano e sorridente, scrollava le spalle.

Ora, quasi si sentiva in colpa per trovarla bella, anzi bellissima. E per aver provato quello strano friccicore là dove lui sapeva fosse peccato sentirlo. Così gli avevano detto. Ma a lui non pareva.

Anche quel giorno, Edda prese la chiave e la sfilò dalla catenina, quindi sorrise al bambino.

“Vuoi metterla bene a posto, mon petit chou?”- gli sussurrava, e lui, come ogni pomeriggio dell’ultima settimana, delicatamente, guidava quella catenina sottile sin dentro la camicetta, giù a sfiorare il tessuto del reggipetto ed ad intingere i due polpastrelli nel borotalco profumato.

“Ora apriamo il cassetto, piccolo.”- Edda sussurrò, indicando con gli occhi la vetrinetta dove, dietro bottiglie e carabattole, il bimbetto sapeva essere le candele. Come convenuto, mentre Edda si alzava dalla poltroncina per andare ad aprire il cassetto del tavolino, il pronipote trotterellava sino alla sedia impagliata, trasportandola fin sotto la vetrina per arrampicarcisi, e tirar fuori dal nascondiglio due lunghe candele ed una grossa tazza azzurrina, sul cui fondo una figura femminile, nuda e con la testa velata, si stagliava attorniata da un serto di rose.

“Come hai detto che si chiama questa signora, zia?”

“Si chiama Iside.”-

“Ed è vera ?”-

“Certamente. Non le parliamo forse anche oggi?”

“Beh, si…si, certo. Dammi un bacio!”

La testa con i capelli a crocchia si abbassò per baciargli gli occhi e le orecchie, scivolando quindi sul collo e fingendo una morsicata.

Lo squittio deliziato del bambino riempì il vuoto di quell’appartamento pieno di ricordi delle famiglie presso cui Tente Brise aveva prestato servizio, dalla Normandia alle Alpi Marittime, da Rouen a Nizza, da Digione a Le Havre.

“Come ti chiamavano in quella casa tutta piena di finestre alte alte?”- chiese infine il bimbo, mentre con placidità osservava la distinta signora dallo sguardo malinconico armeggiare attorno al cassetto del tavolino, dove la serratura a molla, un congegno piuttosto antico e ben nascosto in un microscopico foro, sembrava, quel pomeriggio, opporre una resistenza insolita. Era il domandare tipico dei bambini, quel domandare che già conosceva, e bene, la risposta, quel domandare che ha come unica finalità il piacere di sentire nuovamente raccontare la stessa storia.

“Lo sai, birichino. Mi chiamavano Mere du chuchotemens.”

“E che significa?- chiese nuovamente il bambino.

“Significa la Madre dei sussurri.”

“Ah. Ok. Capito. Giochiamo anche oggi con la chiave oppure oggi sussurri?”

La donna guardò con dolcezza infinita quel tappo di sughero perennemente curioso, forse troppo curioso per quella famiglia troppo distratta dalle rate e dai turni di lavoro, troppo indaffarata a far quadrare il bilancio e trovare un minimo di rapporti tra i membri del nucleo. Non poteva fargli da tata, da bambinaia, lo sapeva….eppure, quante cose avrebbe potuto imparare!

La donna fissò un poco di traverso gli occhi neri e luccicanti dello stoppino in calzoncini corti, ed in quel momento prese la decisione.

Tratto da “Gnosis-Ignis”

Ren

Dal cippo, roso dal vento,
sopra la terra che copre la mia polvere,
tra i cespugli affamati di ortica,
tra gli steli della gialla poa, che sbriciola
con l’edera e la pioggia la pietra,
dalla terra che umida
dona ombra alla mia ombra,
nascano rose,
rosse, diadema per i capelli ventosi
della Dea che danza tra i mondi,
bianche, velo impalpabile per il viso sorridente
della Dea che riversa l’acqua nelle fonti.
Che fendano la pietra dura,
il cippo dove il tempo e la pioggia
han cancellato il nome, e stinto l’immagine,
e si nutrano del vento che sussurra,
delle gocce donate dai calici dei fiori,
del fuoco ardente delle gioie che,
seppur sepolte,
ancora battono
dell’attesa primaverile del ritorno.
Siano rose, floride, potenti, bianche e rosse,
una, cento, e più ancora,
ma tutte da un unico stelo.
Colando, come lacrima d’incontro atteso
su di una guancia solcata dagli anni,
le gocce di rugiada scavino,
scendendo tra le spine del gambo,
il nome segreto, che visse
tra sorgere e cadere,
una, cento e più ancora volte,
sul cippo ormai senza maschera.
La Dea coglierà là il suo riposo,
alla sera,
sciogliendo i capelli e le vesti,
là dove il mattino
ed il tramonto
sono i cancelli dello stesso giardino.
Là, soave, l’alito
sussurrerà le lettere incise,
vibrando il soffio
tra i petali delle rose.

Verso Eleusi

ovvero

dei silenti errabondi

del sacro. Stralcio iniziale

alla memoria del mio maestro,

 Ettore Bonessio di Terzet,

poeta tra i mondi.

Da Eleusi,

collina ove i passi dei Netjeru

mischiarono i loro con le orme

di numi e di driade di fonte,

abbiam preso cammino

orfani d’un impero mai vissuto.

Proferito sulle labbra d’Alessandro

quando non resse il suo carro

ancora la corsa della duplice auriga,

il suo nome tornò,

tra le sozze budella d’aruspici

e di tiranni traditi.

L’ultimo seme del primo slancio

della settuplice Roma abbracciò l’estremo djed

d’una regina discendente dalle stelle,

e verso l’eredità del suo nome procedemmo,

radunati canestri e trottole profetiche,

papiri e tavolette, inneggiando

ad un nuovo impero che avesse

tra Nilo, Tevere ed Indo

la triplice base per innalzare al cielo

un tempio di simboli e silenzi.

La mano d’ Augusto strappò il velo

e preferì l’imperium alla maiestas.

Morì Antonio, briccone usato dagli immortali,

e di Cesarione il soffio divenne

un flebile mormorio senza speranza.

Cleopatra, la bella divina per magia

riservò il morso dell’aspide per non permettere al suo occhio

di vedere la fine delle speranze.

Nessun giardino ove camminassero gli dei e gli uomini

accarezzando la schiena al lupo ed al capro,

nessun marmo polito attorno al fuoco,

accendendo al fuoco della gnosi

la propria brace per la propria storta,

nessun lavoro nel matrace

 con corvi e cinghiali come aiutanti,

nessun lieve passo che spezzasse lo slancio

di pietre assassine, nessun figlio dell’Uomo

che venisse a trovare la tua tenda, di sera, per chiederti di bere con lui

una pocula di vino, e di gioire,

nessun innamorato della sapienza,

solo l’oppressione puntuta dei chiodi

al legno della tortura,

e sacrificio.

Un universo possibile

brillò tra le idi ed i flutti

del Mediterraneo,

accarezzata dalle tiepide mani

del vento di Khem,

poi, avaro per luce e respiro, si spense

non divenendo altro che una mappa su pergamena

disegnata da un geografo di corte, e bruciata

prima che i labari imperiali

soppiantassero ad Alessandria

la dimora dell’erede di Roma ferrigna,

 e di Tebe sacra,

Di Atene famosa per i marmi e di Cnosso antica

per dei e leggende.

Verso Eleusi

Verso  Eleusi,

al compiersi del periplo

sulla schiena uroborica,

gli dei silenti,

errabondi

del sacro

smemorarsi

del peso e del limite,

trascinano tra le pieghe

degli universi

il carico sollevato

per gioco,

il masso rotolato

da palmo a palmo

in titaniche contese.

S’attorce la parola di Khem

attorno all’icona,

il passo piramidale

tra nascondersi e mostrarsi,

i vasi canopi

della verità

vibranti del suono della luce

senza confini.

Nulla tra le bende è più vivo, eppure

ogni cosa respira e si muove

della risata trattenuta

della sabbia del tempo, gioco

sacrosanto dei Netjeru.

Arpokrates, bimbo che sugge il silenzio

e suggella la parola,

raccoglie sassi, lanciandoli sul fiume del tempo.

La memoria scritta sui sassi di Eleusi,

raccolti tra lo scorrere carsico,

errabondo silenzio di dei in gioco,

ricompare

agli a-stanti

come astro chiomato

nel lancio di chi osa

la sua lotta contro il cielo

sopra il filo del fiume che scorre.

“La rinascita, nelle sue varie forme di reincarnazione, resurrezione e trasformazione, è una affermazione dell’uomo che deve esser posta tra le prime dell’uomo”

C.G.Jung

“Tutti gli dei sono modelli potenziali nella psiche dell’uomo, e tuttavia in ognuno sono attivi, sviluppati e potenziati solo alcuni, ed altri no (…) la conoscenza degli dei è una sorgente di forza personale.”

Jean S. Bolen

“La natura umana non ha conoscenze, la natura divina sì:”

Eraclito

“Immortali mortali, mortali immortali, viventi la loro morte e morienti la loro vita.”

Eraclito

“Ma il raggio è tuo! Sei tu l’alata forma che dà senso al mio corpo in sé caduco, e in mondi l’amplia, perché più non dorma.”

A. Onofri

“Una volta fuori dalla natura

non prenderò mai più

La mia forma corporea da una qualsiasi cosa naturale

Ma una forma quale creano

gli orefici greci,

D’oro battuto e di foglia d’oro,

Per tenere desto un Imperatore sonnolento,

oppure su un ramo dorato

posato a cantare

Ai signori ed alle dame di Bisanzio

di ciò che è stato, passa o passerà.”

W. B. Yets

Commento primo

Ogni esistenza è la danza di una stella attorno all’orizzonte degli eventi, il guado costruito con spade affilate, l’angolo tortuoso al di la del quale si manifesta l’aprirsi del labirinto di specchi. Nessun passaggio è dimenticato, tutto è l’orizzonte entro cui ogni cosa è eterna ed accade senza finire. Nel fondo generativo della terra e del cielo, gli Antichi Dei Archetipali, gli Eroi, i Titani ed i Canti sono le costellazioni lungo cui trarre la sintassi della parola che si dice per permettere che appaia ciò che, palese, rimarrebbe sparsa, visibile, udibile, eppure ente tra gli enti, datità.

Se è vero che, come scrisse Heidegger noi”siamo troppo in ritardo per gli dei, troppo in anticipo per comprendere l’Essere”, vero è anche che il lavoro di sottrazione e politura, di scavo nelle miniere della nostra terra, e di scalata alle nubi più estreme del nostro cielo, è l’unico ethos che permette di riconoscere l’impronta del dio nel passo sulla pietra e dentro l’acqua, nel confondersi dei secoli e nel nascere e cadere di lingue, civiltà ed esistenze. Come ebbe ad affermare C.G. Jung “in ogni caos vi è un cosmo, in ogni disordine un ordine segreto”. Occorre ri-conoscere questo accordando le parti frammentate di noi stessi ad un livello più alto, o profondo. Occorre non fermarsi alla datità, al grezzo addensarsi di limiti ed orizzonti sotto forma di coordinate spazio-temporali, di egoicità schiudentesi come sviluppo del limite consumando, al contempo, la nostra energheia entro una entelecheia disegnata dal con-esserci; occorre svellere  l’assenso al dato,  la cui cifra, l’entropia, sembra precludere ogni senso ultimo alla parola, pur, paradossalmente, assumendosene appieno il peso con la levità del passo che danza, girovaga, errabonda di era in era.

E’ necessario però assumere il peso del trasformarsi del Chaos in Cosmo, intenderne il suo continuo accadere come un problematico, apparente e fenomenico, stare-per-svanire.

Erebo, genitore archetipale e distante, prolifico ed avaro re dello spazio colmo di tenebre, oltre e prima di Chronos, oltre l’avanzare della falce del tempo, generò le Parche, e da esse i mortali trassero il filo che continuamente muove a danza le loro stelle. Oltre  e prima delle stelle, oltre l’ombra precedente la luce di padre Erebo, abbracciato alla Notte, oltre il silenzio di Nun e Nunet, al centro dell’indefinito Tutto/Nulla, ricondurre l’urlo (im)mortale degli eroi e

l’essenza selvaggia ed irrefrenabile dei numi,  per iniziare il percorso di ricomposizione del Testo/Cosmo squadernatosi in sopra e sotto, prima e dopo, presenza ed assenza, visibile e segreto.

“Verrà un giorno che l’uomo si sveglierà dall’oblio e finalmente comprenderà chi è veramente e a chi ha ceduto le redini della sua esistenza, ad una mente fallace, menzognera, che lo rende e lo tiene schiavo. L’uomo non ha limiti, e quando se ne renderà conto, sarà libero anche qui in questo mondo”

Giordano Bruno

En avant, allora, verso la ricomposizione del Corpo/Testo, della parola che si concretizza come nuovo, inaudito, incontenibile, in quanto sin dall’inizio, sin giù dai lombi di Padre Erebo, il sacro, e cioè lo spazio silente entro cui la realtà viene ri-detta, ri-creata affinché abbia orecchie ed occhi, gambe, mani e genitali sempre nuovi, ha vagato errabondo, ramingo, senza legge, né orizzonte, né patria, avendo in se stesso la regola, il proprio oriente, l’eredità tràdita attraverso le radici comuni archetipali, esperienze fondanti il nostro essere nel mondo come nostre piante, nostre radici, nostre caverne,  nostro vento, nostre nuvole e vette.
(…)

5

Un destino dal volto pendente

danza traballando sui miei piedi,

scorticandoli sino alle ossa.

Il midollo preme,

vuole uscire e ballare,

abbandonarmi,

tanto è tempo, mi dice,

mi urla nelle ossa,

se non ora, tra un’inezia,

cinquant’anni o un secolo,

tanto è tempo, mi urla,

nell’imene deflorato delle mie orecchie,

si nasce carne morente, muffa

che respira tronfia,

al massimo si è mosto

d’un vino che sempre inacidisce.

Tu sarai morto anche il giorno che morirai,

anche se avrai la casa

sgombra di topi e ragnatele,

anche se avrai sgrassato i testicoli

d’una coppia di figlioli,

ed avrai rabberciato la tua corteccia

con incenso e con grasso, arso su cataste

 cosparse d’olio d’oliva.

Ed anche se la tua voce

vivrà nella carne dei tuoi figli

sarai morto,

anzi,

sei già morto ora,

come ieri e prima d’esistere,

terra e vermi di sacelli

che han preso respiro

per un giro

d’esistenza.

Non piangere per questo,

poiché dolore

e felicità

non sono altro

che il lento attardarsi

della puttana al crocicchio,

derubata ogni mattino

dalla ronda delle guardie.

(…)

8

La nebbia d’avorio

confuse viso e parola

del re d’Itaca, il malizioso.

Nulla ascoltai, neppure

l’amichevole larva,

un tempo mia carne orgogliosa,

che tanto viaggiò

di pietra in pietra,

di radice in radice,

per raggiungermi e dirmi

delle armi di Achille,

che pietose mani

coricarono sul mio tumulo

per darmi riposo.

L’ira, predatrice di vita,

fece di larva seme fecondato,

e di nuovo, a cavallo

di felci e radici di quercia,

tornai a vedere l’aria ed il sole.

(…)

Commento secondo

Ci si trova gettati entro un orizzonte, in un tempo, un luogo, una lingua, una cultura, una tradizione che, nel corso del nostro crescere, diviene forza plasmante, agente e prossima. All’interno dei nostri villi, del sistema neuronale, dell’omeostasi chimica che orienta e stabilizza il nostro senso percettivo, e la capacità del nostro intelletto di rielaborare, organizzare e comunicare il mondo, ulteriori forze antiche, che vibrano dal tempo profondo, dal lento flutto del mare tropicale che cullava i trilobiti, dalle distese di foreste in cui rettili enormi ringhiavano contro le fontane di lava della terra in formazione, determinano con la tradizione del DNA d’ogni specie ed ordine l’hic et nunc del nostro genoma. L’interazione con l’ambiente è un continuo scambio tra individui ed il loro DNA, i loro gesti, odori, movimenti, tra individui e fattori climatici, conformazioni geofisiche, elementi antropici, interferenti ed inquinanti.

La nostra identità è come un flutto trattenuto nell’incavo delle nostre mani. L’acqua che tratteniamo tra le dita, e che porteremo alla bocca per dissetarci, è stata lontana goccia di temporale sulle falde d’un rivo, ha spazzato i cieli del Deccan e si è fatto scroscio sul Karakorum, sollevandosi in nebbia ed andando a posarsi, come rugiada, nel calice d’un fiore. Fu liquido corporeo di tasso e folaga, frutto succoso che cadde e nutrì api e formiche, che divenne argentea bava di lumaca, e che infine tornò al mare, sollevandosi in nuvola e gettandosi sul monte, ove lo stillìo divenne fiume, che ora riposa tra le mani.

Nella stessa maniera, l’antico e senza limite spazio-tempo intreccia il filo della nostra esistenza, e mille e mille universi richiama e mescola nell’impasto di identità e fenomeni passati, contemporanei e futuri del multiversum.

“ io penso ad un universo infinito. Stimo infatti cosa indegna della infinita potenza divina che, potendo creare oltre a questo mondo un altro e altri ancora, infiniti, ne avesse prodotto uno solo, finito.” Giordano Bruno

Canto di Dioniso nascosto

“Potrei credere solamente ad un dio che sapesse danzare.”

F. Nietzsche

1

Come per tutto,

sparirà la mia forma,

piede posato a terra

tra un passo e l’altro di danza.

E sarà come prima

del mio primo respiro.

Sarà come le pietre,

vette aguzze del monte

e liscio ciottolo a valle,

salto lieve sull’acqua

del gioco d’un bambino,

e quindi sabbia, e poi vento.

O come la nuvola,

gonfia del respiro d’un Giove antico,

tamburo di foglia sotto la pioggia,

ultimo sorso per il morente

che strozza il respiro,

torbida pozza dove il sole riluce,

o, come terso rivo,

riflesso d’occhio stupito d’un daino timoroso.

2

Verrò a bussare alla tua porta,

all’alba gelida io verrò.

Chiudendo la mano attorno al nulla

verrò a strappare il capo al suo riposo

col rumore degli anni trascorsi,

acini d’uva schiantati dalla grandine

dal cuore distante,

con l’eco di passi persi nella notte

io verrò.

Verrò col lontano rimbrottare

della nuvola dalle vene turchesi,

braci sopite tra il becco dell’aquila,

nella notte d’agosto, quando il cielo

pare la bocca d’un dio intento

a vomitar la sua prole, io verrò.

Valicherò la fredda soglia di pietra,

la lastra del silenzio che ogni nome coprirà,

il suono fesso

della campana senza fedeli,

 mordendo sui cardini per farli cigolare

d’ogni lacrima caduta sulla sabbia rovente,

esigua danza di vapore.

Verrò, salendo scale e colline,

chiedendo a chi incontrerò

“sei tu che cerco? Sei stato tu

a spingere la mano verso di me

per darmi vita con l’ozio delle tue dita,

edera che gioca a nascondere il sasso al calore del sole,

 ragno divino al centro dell’universo?”

Verrò un giorno, presto o tardi,

attraversando il campo

colmo di spighe

senza neppure piegare uno stelo,

ridendo allo sferzare dei dardi degli arbusti

da te posti a difesa del tuo timore.

Verrò, attendimi. Non nasconderti ancora.

Non temere ch’io porti la morte con me.

L’ho lasciata indietro a raccogliere

le ombre che spaventano i viandanti

nel calar della sera,

quando il gufo e la rana

giocano tra loro a portare scompiglio

nel passo affrettato del timoroso.

Prepara qualcosa, per entrambi.

Una coppa di vino, del miele,

un tappeto per stendere le gambe.

Verrò, è certo, è certo per ognuno.

Attendimi, non porto né timore

né rancore, li ho lasciati a giocare

con le ombre della sera,

attendimi, e nel frattempo

accendi una luce, e prepara qualcosa.

Sarò stanco, ma verrò,

salendo le scale e le colline,

danzando il mio nome io verrò.

3

Sono la pantera che corre nel vento,

l’orma sulla nuvola,

il ringhio profumato

che stordisce la preda

e la rende ombra,

pronta a consegnarsi

alle fauci del sole.

Sono la pantera che cavalca

il fulmine tra le chiome,

l’acqua incessante che corre

tra il cielo e la terra,

saliva tra le fauci

del tempo,

fiamma che balza

 fendendo la roccia.

Ho gli occhi forgiati

 nel diamante e nel rubino,

e nel cupo tuono del mio riposo

la voce divorata della preda

diviene bocciolo

e frutto del ramo

su cui, indolente, riposo.

Commento terzo

Il considerare quali siano i motivi, le cause, le suggestioni che hanno condotto, orientato e plasmato noi stessi, la nostra fisicità, le nostre emozioni, il nostro universo simbolico, obbliga colui che vuole figgere lo sguardo sin oltre le nuvole tonanti, le matasse di gas roventi e di pianeti che sfrecciano, per cogliere il brillìo negli occhi di Padre Erebo, tremendo frantumatore di universi, e più su, oltre, sino alla dischiudentesi verità delle labbra di Chaos, ad un atto di maieutica che è al contempo rammemorazione e  reminescenza .

Questo può avvenire attraverso lo sguardo creativo dell’arte, in ogni sua forma. L’arte è la riconduzione dell’eterno entro il momento, l’istante, e, al contempo, la liberazione dell’istante dal suo stare-per svanire. La poesia è la rammemorazione del legame che la parola ha con le cose, il suo mostrarsi nell’essere al contempo entro ed al di la della datità, è l’acqua lustrale che ha consacrato themenoi e statue. Quale rapporto esiste tra lo schiudersi della bocca nel tondo, uroborico TuttoNulla di Chaos e la poiesis? Quale rapporto tra il silenzio e la parola? Da esso, dal silenzio, la parola trae la sua possibilità d’essere ascoltata. Da

esso, d’essere intesa, anche nel suo essere espressa come grafema. Solo attraverso il silenzio, interno ed esterno, la comprensione della parola può accadere. Da esso, da Chaos, la parola trae la sua differenziazione dal silenzio. La parola, ogni parola, il segno, il colore, il suono, il corpo che esprime o percepisce, ogni cosa proviene da Chaos, e senza il suo squadernarsi, non sarebbe. Tuttavia, l’intimo percorso che l’aprirsi primigenio del senso offre, è un differenziarsi e, contemporaneamente, nascondersi l’un l’altro, in una dialettica che annicchilisce soggetto ed oggetto. L’aporia fondamentale, primale, archetipale è, al termine di ogni percorso, la sospensione del nostro esistere, e della nostra coscienza, tra apparire e sparire, tra venire all’esistenza e non permanere che per un tempo, breve o lungo che sia – anche il cielo stellato finirà, scriveva Ungaretti – in tale condizione. L’aporia è la mortalità, la finitudine, e, al contempo, la frenesia erotica degli enti sospesi tra Poros e Penia, tra Ricchezza, Pienezza d’esistere e Povertà, Limitatezza del permanere in tale condizione. Limitatezza talmente cogente da trascinare l’ente fuori dalla sua pienezza per farlo esistere nella ricerca della pienezza della sua differenziazione. O, il che è lo stesso, ricerca fuori di sé, entro, sopra, prima, dopo, di una condizione che fissi l’attimo del fulgore del proprio esistere. Continua condizione d’alienazione, continuo atto di nullificazione del dirsi della coscienza, continuo, inesausto divorare del tempo di se stesso, che è dirsi e condizione d’ogni ente differenziatosi da Chaos.

Quale senso, allora, della poiesis?

Padre Erebo e Madre Notte, Madre Nut e Padre Geb fecero poesia, permettendo, nei momenti icastici del nascere di lampi cosmici, di forze titaniche che cavalcavano le nubi immense ricolme dei numina seminali d’ogni cosa, la radianza dell’essere. Ciò continua ad accadere, accade adesso, nel mentre che scrivo e che leggo. E’ il continuamente schiudentesi dell’orizzonte percettivo, di quello simbolico ed immaginativo, dei phantasmata che guidano pensieri ed emozioni, delle fonti generative archetipali che irrorano, e vitalizzano, il mero essere presente come datità in uno spazio-tempo. Eppure, il rapporto col silenzio, che è, come disse Heidegger, il permettersi del manifestarsi della verità, ha perso il suo essere thaumathein, meraviglia. La meraviglia si è trasformata in senso del Tremendo, percezione castrante della nostra limitatezza (…)

Stralcio da I libri di Zobris, raccolta in fieri delle pseudoepigrafi apocrife dedicate alla figura enigmatica di Zobris, ibrida esistenza tra l’essere e il nulla, tra il vuoto ed il pieno, tra Zoe ed On, tra Salamandra e Fenice, ovvero l’essere senziente, l’effimero che nasce e perisce. Un gioco mitopoietico crossover tra narrazione, filosofia e poesia, una proposta di pensiero imaginifico che parte dalla riproposizione procliana del mito, si dipana attraverso la letteratura gnostica ed ermetica, attraversa Giordano Bruno e giunge sino a Lautreamont, Nietzsche, Heidegger e Jung.

Narrazioni gnostiche

Apocrifi e favole da un mondo ucronico

Apocrifo di Antimonio

Destatosi un giorno(…parte mutila…) e quindi giunto al protrarsi del compito che l’Aurora dal sorriso bipatente mi volle affidare, non avendo io (…parte mutila…) al sommo Arpokrates, adornato dalla treccia ben composta dalle fanciulle ierodule dei misteri di Isi, faccio voto di scrivere tutto quanto io ricordai dal sogno che come ombra tra (…parte mutila…) senza tralasciare il doveroso vincolo di silenzio verso i mugghianti ed insipienti armenti che, con forma umana, trascinano i loro respiri lontano(…parte mutila…) dal sommo Giove Serapide, che volle tenere a me gli occhi aperti e la memoria acuta anche nel sogno che tutti conduce verso l’ignoto. (…parti mutile…) Io, Antimonio, discepolo del tre volte completo Apollonio, figlio eminente di Pitagora il divino, discutendo nel fondo dell’anima col mio maestro, a lungo parlando della Diade e dell’abbraccio, convenimmo col divino che ogni numero, per esser se stesso, necessita dell’altro come misura, e questo nella carne e nello spirito, nell’ombra e nella luce, nella veglia come nel sonno (…parte mutila…) ogni essere è se stesso in relazione al suo esser altro per qualcosa, poiché di nulla ci accorgeremmo, e men che meno di noi stessi, se il nostro pensiero, la nostra coscienza, non fosse sempre coscienza di qualcosa (…parte mancante…) non esiste pensiero senza pensiero di qualcosa, ma il mistero più grande è l’apparire del pensiero a se stesso, quando, chiuse le orecchie e gli occhi, questo suo essere sempre qualcosa (…parte mutila…) è l’epopteia del fondo dell’anima, che attraverso i lineamenti e le voci degli dei, appare al di là di quel crepuscolo che chiamiamo coscienza ordinaria (…parte mancante…) la ragione è come un cane da guardia…

(…ampie parti mutile…)

E con Zoe parlando

io Antimonio, ordinato dalla madre

di coloro che cavalcano i respiri,

Diadoco di futuri uomini e donne

più simili agli dei che a mortali,

(…parte mutila…)

questa domanda posi: Come

io mortale potrò esser continuatore

d’una opera non ancora intrapresa,

e questa aumentarla e tramandarla

quando neppure più un solo mio osso

calcinerà al sole

o diventerà umido terreno per radici,

(…parte mutila…)

come continuare la voce e la mano

di chi ancora non è stato generato?

(…ampia parte mutila…)

E bellissima nelle vesti di rosa

Zoe la riservata, intrecciate

le seriche dita al tre volte grande

Ermete scriba e maestro,

come Diade di luce rifulse all’istante,

cuore di folgore nel nembo improvviso,

quindi schiuse le labbra,

e gocce

saline

caddero dalle sue guance,

formando nella coppa intagliata

posta sul suo grembo,

della forma del melograno,

un liquido rosso come l’Aurora

quando il Sole ruggisce sin dal suo risveglio

con gola di leonessa

intenta a richiamare la prole.

(…parte mutila…)

così Zoe continuò: – Non in questo tempo,

non in questo spazio né tra le mille lingue

che invano cercano l’essenza delle cose

è successo, ma in altro luogo,

come se un riflesso di questo mondo

fosse reale e vivo come questo,

e lo è, ma difforme in molte accadimenti

(…parte mutila…) là, Cleopatra

la dotta, famosa per la magia

e per l’intelletto, mantenne il suo regno

e l’Impero fu altro, fu come lo sbocciare

del loto dal fango,

fu come il bambino che inizia a camminare,

e ride felice tendendo la mano

verso le cose che, sorelle ed amiche,

volentieri prendono la sua orma.

Dalla stirpe di Cesare conquistatore

e da schiatta dei Signori delle due Case

nacquero guide sagge, e non più sangue

scorse per rivelazioni o fedi.

Là il fuoco della Gnosi

continuò ad ardere,

nessuna vittima,

nessun persecutore,

e dal Nilo al Giordano,

Dall’Indo all’Eufrate,

ogni flutto specchiava la verità

senza santi, ne sacerdoti curvi

a coprire lo specchio delle acque e del cielo

coi fiati rimestati delle loro prediche.

Là Joshua ed Ipazia

le loro membra armoniose non han consegnato allo strazio

(…parte mutila…) e per il nome d’un Dio severo

nessuna guerra divenne santa,

e da Atene e Tarquinia

le piogge scesero ad irrorare

le piane del Sinai

(…parte mutila…)

Per questo io, Antimonio, discepolo di Apollonio, avendo ascoltato e compreso come in altre parti dell’Universo la pietà degli Immortali aveva così diversamente voluto, affinché un diverso impero si estendesse nel mondo, e divenisse casa di indiani e persiani, greci ed italici, egizi ed ebrei, e di ogni tradizione antica e nuovamente manifesta fare ricchezza di colori e di canti, come il prato fiorito è da Flora benedetto con molteplici forme ed odori.

Così determinandosi, io compresi, Antimonio viaggiatore (…parte mutila…) come mille e mille e più ancora prospettive le azioni prendendo nei svariati mondi, io dovessi nuovamente porre orecchio a Zoe e Barbelo, somma d’ogni qualità superiore, che, nel sogno, accarezzandomi i capelli e le labbra, con gesti solleciti mi mostravano una fanciulla dall’aspetto bellissimo, gli occhi (…parte mutila…) e lo specchio mi mostrò gonfiando il seno ove l’aspide gentile attendeva di divenire diadema, e non di stillare succo di morte.

Ecco quanto io vidi scritto, con lettere di fuoco, all’interno dello specchio di Cleopatra, mentre la bellissima lo fece scorrere obliquo su di un lungo papiro, ove frasi cangianti per suoni ed alfabeti parevano scrivere la stessa verità con accenti diversi.

“Quattro sono le vie, maschile solare, maschile lunare, femminile solare, femminile lunare. Comprendi questa rivelazione e non farne parola con gli insipienti.”

“Ho insegnato meno di quanto potesse esser insegnato perché nel mondo ove cadrà questa parola le lingue degli uomini sono meno grandi della verità.”

“ Dal Pleroma ogni cosa procede secondo la miriade di universi, e da essi al Pleroma un tornare svincolati dalla necessità, perché compiuta come volontà.”

“ L’ignoranza è come la caligine al massimo dello splendore del sole, al fondo di una valle.”

“ La caligine copre gli occhi del Padre e della Madre, e da loro nient’altro che oblio attraverso essa.”

“ Tutte le quattro vie fendono la caligine tagliando la testa dell’errore, come un carro lanciato in corsa travolge e decapita un crotalo alzatosi sulla coda per iniettare il proprio veleno”.

“ L’oblio non permane né è causa del Padre e della Madre, ma come la nebbia che ristagna (…parte mutila…) quando gli uomini conosceranno il Padre e la Madre, conosceranno l’oblio come un velo e (…parte mutila…). Ogni cosa acquisterà l’ombra confacente.”

“ La prima Emanazione del Padre è eterna come eterno è il Padre. Da alcuni è chiamato Barbelo, ma solo del nostro nome originario, disperso nel primo incendio che (…parte mutila…) solo per esso dobbiamo combattere e riconquistarne le lettere originali.”

“ Ogni Emanazione prima è unica in ogni universo della miriade di universi, ed ogni universo passa attraverso di Lei, come ogni raggio passa attraverso il mozzo”.

“ Da Barbelo promanarono le altre emanazioni, ed in molti mondi alcune di esse carpirono la Sua luce. Nel mondo ove questo accade, regna l’oblio ed il terrore.”

“ Seguite una delle quattro vie, per raggiungere Zoe, e quindi salire sino alla Madre. Non attardatevi nel terrore e non cullatevi nell’oblio”

“ Cercate di entrare nella stanza nuziale anche con l’artifizio e la spada, ma mai con adulterio. Ne morireste eternamente!”

“ Sette abitatori dal cuore calpestato dall’ira si contrappongono ai sette abitatori silenti, che sono note e metalli. I sette calpestati dall’ira sono l’oscurità, la brama, l’ignoranza, il timore della morte, la corruttibilità della carne, la stoltezza della carne, la sapienza che sprizza come veleno, come saliva tra i denti di un rancoroso. Ascoltare i silenti abitatori è affrancarsi dall’imperio e raggiungere la propria maestà.”

“ Non fatevi cogliere dal sonno che conduce a visioni distorte e riflesse dallo Stige. Là solo Sophia può rispecchiarsi per destarvi, ma voi sarete appesantiti, e difficilmente potrete ascoltare (…parte mutila…) ogni nome ricomposto è un risveglio senza più tema di sonno.”

“ La coscienza è il Due che conta il Se Stesso, che, in se stesso guardando, apprende la monade, come la fiamma è luce e fuoco, siccome la verità si svela celandosi nel simbolo, ed esso è apertura degli occhi, epopteia nel gioco in cui la Diade pone un dentro ed un fuori per istoriare (…parte mutila…) nel legame amoroso come il Padre abbracciato a Sofia genera Zobris, che è Zoe stante e cadente ad un tempo.”

“ Zoe e Zobris sono luce e fiamma dello stesso PaterMeter, la fiamma ardendo nel sangue del consorte e in lei fondendo i semi il giusto desiderio orientando, l’ascensione dimentica del sotto abbandonata, Zobris festante riconosce in se stesso (…parti mutile…) sorridendo nello specchio adorso di tirsi ed edera, il marito accoglie il soffio di Zoe, e di Zobris doppio e fisso nel cielo senza nuvole ed immoto, mutevole cangia per narrare ogni via percorsa nella infinita vastità”.

“ Zoe e Zobris sono l’un l’altro fratelli e genitori, e mentre la prima, da lui penetrata, diventa maschio, il secondo, con lei giacendo, acquista aspetto muliebre (…parte mutila…) capolavoro dell’arte è oltrepassare le direzioni, orientandosi lungo le direzioni dell’ultraverso.”

“ L’universo vede se stesso con occhio orbo, comprende se stesso come multiverso gli occhi spalancando, un passo sposta nell’ultraverso attirato dalla luce che promana dal fondo delle palpebre.”

“ L’ultraverso è l’emanazione prima e il punto d’ogni emanazione prima di se stessa, Barbelo e PaterMeter abbracciati di miriadi di mani e di gambe (…parte mutila…) il multiverso e l’ultraverso tra se bilanciati come la Tera e la Luna fecondando il mare le spiagge.”

“ Zobris attorno alla sferica Zoe danzando, i quattro punti estende del nostro piano, permettendo la luce e la sua rifrazione, e quindi la nascita e la morte che se stessa consuma senza nulla togliere né aggiungere, come milioni di immagini non cambiano il riflesso dell’acqua (…parti mutile…) respira la vastità del circolo inesteso (…parti mutile…) bisogna procedere da limite a limite, oltrepassando, come Zobris che comntinuamente torna a fiorire, attorno ai sempre fulgenti seni di Zoe.”

“ Eppure (…partri mutile…) il grande mistero è laddove Prunica e Sofia, allontanate dal consorte nel desiderio, generarono il loro Padre (…parte mutila…) il velo della distanza alzandosi, come il vento prima della pioggia, o la folgore prima del tuono (…parte mutila…) il seme nasce sprofondando, e dalle radici raccoglie il sole sprofondando nelle ere precedenti, traendo le foglie dalle estati che riposano nel sonno del tempo.”

“ Ogni cosa procede da se stessa, nel cammino che Zobris compie verso Zoe, l’amata (…parte mutila…) nulla oltre il proprio limite, se non nella vastità del fondo delle cose, che attraverso i lineamenti e le voci degli dei, appaiono al di là del crepuscolo.”

“ Il sole e la luna danzando appaiono fermi muovendo gli occhi armoniosi al loro movimento, come nel fondo delle cose la vastità è oltre e attraverso”.

“ Della Diade vastità e profondità cercherai ricomponendo il tuo nome oltre ogni lingua, ed il nome delle cose con te stesso recando oltre il crepuscolo.”

Cleopatra inclinò per un frammento d’istante lo specchio, e le danze irrefrenabili degli universi furono il fuoco dello specchio, e la loro natura in se stessa sorretta la superficie. Lì, del dio dalla treccia ben composta seguendo l’insegnamento, il pollice portò alla bocca come un bimbo intento a poppare, e quindi lo specchio rotolò lontano dalla sua mano, dividendosi in miriadi di dadi e di lanci, quindi, portando al naso grazioso l’indice, esso immediatamente tornò a specchiare le cose, e mostrare le scritte. Cleopatra la silente, dal diadema viperino ingemmato dei sette metalli, disse : – ora apprenderai la dottrina che nel profondo della terra i metalli insegnano a coloro che la penetrano, con la spada e la fiamma per fendere e per mondare.

Io, Antimonio, discepolo di molti maestri e di Apollonio il Giusto, attendendo di apprendere le parole che scorrono tra le vene della terra, mi disposi con l’animo di chi ha reciso la gomena e scagliato l’ancora tra le dune, per partire senza tema di naufragio e d’attracco.

Le parole, come nuvole nel cielo, presero a scorrere tra il fuoco dello specchio e la sua superficie.

“ Ogni percorso è una lotta per liberarsi non dalla carne, che è spirito, ma dai Dominatori della Tenebra, da coloro che incidono il nome dei viventi sulle pareti dei sarcofagi, e che hanno salito e disceso con piedi lordi di mota i gradini e le lettere”.

“ Il Dominatore dei Signori delle Tenebre, il Veleno degli Dei, enfio della propria arroganza, e confuse le immagini tra il sopra ed il sotto, scuotendo l’anima serpentina dall’albero ascendente, e avendo perso le chiome dell’Albero le cui radici sono tra le stelle (…parte mutila…) a gran voce urlando ha rintronato i corpi e lo spirito degli Eoni Raminghi, gli Dei Radice, quelli intermedi, liberi e liberati, spingendoli al sonno delle spire. Infatti esse, ignare dell’incantamento, a gran voce iniziarono a chiamarlo Padre e Madre, e tra le sue spire addormentate, il veleno ha iniziato a rendere umido l’ardente.”

“ Agendo come la calura d’estate, il sonno ha fatto scendere sulla Saggezza, trasformandola in opinione e speranza (…parti mutile…) così ritenendo, la confusione entrò tra gli Eoni e gli Dei, e la Tenebra prese a convincere della propria esistenza gli occhi tersi per la vastità.”

“I Guardiani delle Tenebre sussurrarono la fascinazione per le acque, ove le immagini cangianti imitavano il brillio del diaspro e del diamante delle regioni superiori. Nacque da questo il senso dell’inganno e la colpa, ferula avida per coloro che si credono armenti.”

“ L’Incorruttibile Diade, stando e non cadendo, l’immagine sua vide sbranata dai Guardiani e presto lacerata e divisa, e luce e buio, e sole e luna, e notte e giorno, e femmina e maschio, di ogni cosa ed in ogni cosa fecero limite e divisione, per questo quattro sono le vie e quattro i punti da cui far passare pavimento e pareti (…parte mutila…) io, Cleopatra dal seno vermiglio, tenuta la testa di Zobris in grembo e compreso lo sconforto che Zoe ebbe vedendosi Zobris, e viceversa, e vivente e morente e paziente ed insensibile, ebbi a raccomandare di fissare i quattro punti, che sono i quattro elementi del limite e della mutevolezza, e di porre l’attraente in alto, e da l’ far cadere a piombo la discesa al proprio ipogeo, alla camera nuziale del Re, ed attorno costruire le pareti e la base d’una piramide perfetta di triangoli perfetti (…parte nutila…) tuttavia Zobris è lontano ed inaccessibile, e con Zoe fuso nell’unico respiro sussurra i nomi dei Silenti Abitatori, che sono suono e metallo e fiamme e luci.”

“La Diade riconoscendosi permane, i Guardiani del Limite volgendo le spalle alla Diade perdono il loro esser Uno e relazione e continuano il gioco del respiro e della falce posta al centro del respiro”.

“Amando il limite, i Guardiani colmi di ferocia plasmarono un essere a loro simile.”

“A causa del loro essersi resi limitati e privi di potenza, pur insufflando nell’essere a loro simile, esso si muoveva d’una vita stentata, come un ibrido tra Vita e non Vita, per questo Zoe è divenuto Zobris, poiché la Vita si è ibridata con il limite, e ogni parte vitale deve abbandonare il corpo, e con esse svanendo e tornando ai pianeti, scompare ogni unio scendendo nella Morte.”

“Mosso a pietà dall’ostinazione con cui i Guardiani, che sono gli Arconti ferocemente possessori del nome, Il PaterMeter discese e rese l’essere un’anima vivente, il fuoco della superficie e la superficie del fuoco riflettendosi nello specchio (…parte mutila…) la Diade aprì gli occhi all’essere.”

“Ed esso prese il nome di Zobris, e di ogni vivente che striscia nella terra, che solca l’aria e che calpesta il terreno, di ogni vivente che nasce e vive nell’acqua o che invisibile è trasportato dal vento, è padre, fratello e sostanza (…parte mutila…) Zoe e Zobris riconoscono la Diade e son loro stessi l’Eone Diadico.”

“Per questo Zoe balzando dall’intero Zobris, ed intero lasciandolo, fu da lui riconosciuta madre, e da lei figlio, e della Diade mantenendo la relazione e la coscienza, Zoe divenne Madre dei Viventi.”

“Ma gli Arconti, vedendola a lui vicino, furono turbati da una grande passione e cercarono di giacere con lei con la forza, dicendo “Ora lei donerà anche a noi l’anima vivente” e cercarono di fecondarla, ma il loro seme si attorceva per terra separandosi nei quattro elementi, e dalle loro scorie colate dalla natura della Vivente nacquero i Fustigatori, i Guardiani delle parti più corruttibili e povere di vita. Essi sono un simbolo, e sono le paure e le impazienze che affliggono il cuore dei viventi.”

“Oltremodo spinti alla vendetta, gli Arconti presero Zobris, che era in loro potere, e lo gettarono fuori dal cerchio dell’Essere, assieme alla donna che non si lasciava fecondare dal loro seme.”

“E così seguendo la maledizione degli Arconti, la donna e l’uomo presero l’un l’altro a cercarsi e tormentarsi, e lo sgomento e l’afflizione fecero perdere ben presto il ricordo a Zobris ed a Zoe, e Sophia stessa, dall’alto e dal profondo (…parte mutila…) tuttavia la sua immagine rimane incorruttibile, come il fiore di loto non si sporca nello stagno. Tuttavia, entrò l’idea della morte, del divenire, del perdere, e ci fu un prima ed un dopo, e questa fu la prima pietra che innalzò il primo recinto (…parte mutila…) non più l’orizzonte che si sposta col passo, ma un termine fisso, una quantità, una misura. Così il Cosmo conobbe il Vuoto ed il Pieno, ed iniziò ad esistere l’orrenda Fame e la Paura che ogni cosa contamina.”

“Ma ecco che (…parte mutila…) i grandi Eoni e gli dei intermedi, liberi e liberati iniziarono a scendere e salire tra il pieno ed il vuoto, e con simboli apparivano nei sogni e negli spazi tra le nuvole e tra gli occhi…per primi gli dei e le dee dell’intuizione e della sagacia, donando nel sogno di Zoe e di Zobris l’olio per le loro lampade, e dicendo loro “accendete la fiamma e fate prezioso tesoro di tutte le ombre che vedrete arrivare, ed anche di quelle che vedrete fuggire. Sollevate la fiamma sul tetto e spandete la luce sin dentro i sepolcri ove morti giacciono i morti.”

Il Libro del Miriaedro

Prologo

Continuando a viaggiare attraverso i cammini che si trovano al di là delle dune, dove gli spazi sono infiniti ed infinito è il piacere del camminare attraverso di essi, io, Antimonio, discepolo di Apollonio, nel silenzio acceso a fianco di bivacchi notturni, facendo ben attenzione a che la fiamma continui ad alimentare la brace, e che essa possa esser fatta dono, nel cavo d’un legno nascosta, a chi volesse spezzare il morso del buio, che, come quello del bue sotto il giogo crudele che ti trascina infine come vittima ad offrire la gola ad altari feroci, ho cercato di riportare le parole che, dalle fiamme ruggenti, dalla lieve pioggia che donava frescura, dal soffiare antico e vasto del vento, e dal germinare silente delle piante, abbeverate e accarezzate daalla notte, non più buio silenzio, ma culla di fuoco, ho udito mormorare.

Del Pleroma

…e dalle profondità dello spazio non collocato, e dalle profondità del tempo senza prima né dopo, la Diade, che è il principio dell’Uno e della Monade, che di sé stesso sa sapendosi non l’altro, e che da questo abbraccio è Uno senza divenire…

…in se stesso emanando i punti focali, un Miriaedro da sempre costituendo, le facce simili a cristalli riflettenti….esse son chiamate sygygoi, che sono diadi complementari…ogni faccia riflettendo l’opposta, l’infinito creando, ogni cosa trattiene eterna…

…la prima di esse ad esser scorta dai riflessi fu Profondità e Silenzio, da cui venne a generarsi Mente e Verità, e da questa Vita e Ragione, e il primo punto focale di quest’ultima coppia, ben abbracciando Ragione, in saldo laccio impedì che nascesse il limite…poiché Ragione e Limite hanno la stessa natura, ma seguendo il focus della Vita, Ragione pone il proprio focus al di fuori, ed ecco….per necessità la coppia generata, Saggezza e Passione, non trovando Saggezza il focus all’interno di Passione, non poté giacere con essa….

…nacquero Necessità e Desiderio, e Saggezza, innamorandosi di entrambi per la forza del desiderio, e per entrambi sentendo attrazione, volle giacere con la propria discendenza, disdegnando la propria Camera Nuziale…

…e, pur essendo Diade, divenne monade per accoppiarsi, e maschio e femmina separatamente, interrompendo il miracolo della Cosa Unica….

…il Tempo e lo Spazio balzarono fuori con gran fragore dalla Camera violata, e trascinando Passione a contemplare la fame che Desiderio aveva posto come nome, dal suo corpo reso dormiente per il lungo contemplare…nacque la stirpe degli effimeri…

…ogni cosa staccata dalla propria sigizia vive la condizione dello being-near-to-vanish…

…la materia immortale si rese mortale per seguire il gioco delle sigizie…

…per questo l’anima nostra tenta di reintegrare la propria sigizia…

…Zobris e Zoe, nello slancio che Passione ha posto fuori da sé, riconosciute le forme desiderabili l’un l’altro, generarono Nous ed Aletheia…

…con la revulsione in alto, dove l’alto non vi è, e oltrepassando il prima, pur non essendovi neppure un dopo, nel coito allacciati, Nous ed Aletheia si riconoscono come Pleroma, e morte e nascita divengono solo parole prive di contenuto…

…Nous e Aletheia ritornando a se stesse attraverso la generazione, cancellano la morte attraversando ogni vita prima e dopo il suo inizio e la sua fine. A questo mistero si raggiunge attraverso gli dei, che sono i punti focali generativi che permettono ad ogni cosa di sussistere…

…il ritorno a Profondità e Silenzio di Saggezza e Passione è il nostro cammino…

Del Miriaedro

…ogni sigizia è una diade che promana dal luogo ove non vi è luogo, e dal tempo ove non vi è tempo. i loro quattro lati sono inestesi sono la base per l’estensione, ma la vastità dell’essere non può esser limitata dall’estensione, tuttavia questo loro aderire ai quattro puntipermettono all’inesteso di produrre l’osservante e l’osservato, come il freddo della mattina permette all’atmosfera di esser vista, attraversata, oltrepassata, divisa come nebbia…

…unendo i quattro punti ogni sigizia, proponendosi al di fuori del Gran Respiro, appare come piramide di triangoli composta…ognuna adesa all’altra, a se contigua per similitudine, è cellula dell’infinito Miriaedro…

…se la stirpe effimera, sottoposta al bisogno ed alle necessità, subornata dal desiderio e dalla speranza, fosse cosciente dell’infinitezza del Miriaedro, smetterebbe di scegliere parti incomplete di sigizie che, come ombre contro la roccia, divertono e spaventano ed illudono coloro che, colpiti dal sonno, le spalle al fuoco del bivacco, contemplano la proiezione delle fiamme…

…il Miriaedro è la quantità infinita di universi della gloria dell’essere. L’essere una parte adesa all’altra, delle sue sigizie, nasconde per intero la sua lettura, perché ogni cosa è un linguaggio…

…è nella natura del Cosmo essere libero e supremo, al di là di inganni e sofferenze. L’inganno pervenne per la limitatezza del linguaggio delle sigizie…

…sofferente e mortale da dormiente, felice, e senza nascita e morte, da desto…

…Pleroma e Miriaedro sono la stessa gloria e vastità dell’essere, ognuno considerata separatamente e unitamente alla condizione finita, che dispare…

…la materia corruttibile è la veste temporanea della materia incorruttibile…

Stralcio da “Flusso-Tredici rimbalzi sul fiume”

Per una teoria della scrittura, tra inconscio, coscienza e multiconscio.

Flusso-Tredici rimbalzi sul fiume

Introduzione

“ Perciò anche questo intelletto, quello molteplice, quando voglia pensare ciò che è al di là, [vuole pensare] dunque quello stesso come uno, , ma volendo slanciarsi verso di lui che è semplice, se ne esce [da questo processo] sempre cogliendo un altro che in lui [nell’intelletto]si fa molteplice, cosicché si è avanzato verso di lui non come intelletto ma come una vista che ancora non ha veduto e se ne è uscita avendo ciò che lei stessa ha moltiplicato. “1

L’esistere è il comparire di un flutto carsico, lo scagliarsi d’una nuvola come gocce d’una pioggia intenta a scavare la terra porosa, e a stillarsi come stalattite, umbratile, delicato ed alchemico dimensionarsi del peso di ere di luce trascorse ed ancora da esperire qui, in questo grumo di parole e pensiero che plasmiamo ed esperiamo come terra e come mondo. Operiamo per scissione al di là della’unità coscienziale diadica, e scindendoci travalichiamo ogni evento, permettendo che questa dialettica trascini nell’implosione il nostro esserci ogniqualvolta la cura verso l’essere assuma la maschera del chiacchiericcio. Tuttavia, l’estrema sintesi di noi scimmie pensanti, abbarbicate al ramo sinoviale d’un emisfero che computa e controlla, o pencolanti da quello che ibrida foglie ed ombre, oscillando dinanzi al sole, è l’esser vissuti da un dialogo, ovvero da un discorso che scorre, fluisce, trascina e rilascia spoglie, rami spezzati, cadaveri, frutti e semi sulle nostre sponde. E’ esperienza di tutti, o almeno di chi ha un minimo di contatto col silenzio, lo scoprirsi pluralità di voci, pensieri accavallanti e scavallanti le nostre arcate orbitali, serpente che fluisce da orecchio ad orecchio, perimetrando e centrando la sfera del nostro universo, racchiuso nella nostra calotta. E’ il continuo fluire carsico della coscienza, al contempo Lete ed Aletheia, flusso di una coscienza che, in noi, a volte s’attarda in conche e paludi, e a volte diviene rapida, cascata, gorgo, un affiorare via via più freddo, d’un moto convettivo abissale. Là, nel fondo, abitatori antichissimi respirano la lava dei vulcani che ancora vibrano delle esplosioni stellari primordiali, plasmando col loro metabolizzare l’ardore esiziale d’ogni identità la nostra possibilità di essere, ognuno di noi, noi stessi nella peculiarità del nostro dirsi duale, ovvero nell’essere una relazione. Questo respiro titanico di esseri plasmatori primordiali, di archetipi, sintetizza il dna, per così dire, della nostra coscienza che è sì un assorbire passivo, forse uno scorrere come di foglia caduta dalla pianta, ma non è solo quello, poiché questo fiume è altresì l’affiorare del nostro esserci in un qui e ora da noi plasmato e direzionato. Bisogna prenderne consapevolezza, ed iniziare ad operare non solo per scissione.

Non essendovi un verso esterno alla coscienza, non essendovi un qualcosa al di là della coscienza, il verso e la realtà sono la coscienza, e quindi è possibile pensare l’indagare, il manipolare, il plasmare il linguaggio da parte dell’uomo come un percorrere, indagare, plasmare e manipolare se stesso, ponendo l’essere come orizzonte interattivo entro cui la relazione della coscienza stabilisce ogni ente come monade diadica, ovvero sempre in rapporto, e frutto di un rapporto, di una relazione al di là del cristallo proiettante e plasmante del determinarsi storico dui una lingua e di una cultura, che scompone la luce, rifrange, rispecchia e riflette secondo l’intaglio che il singolo, personale, mediato linguaggio, e la determinata relazione io-mondo, esprime e determina.

L’interazione delle coscienze pone ogni monade nella sostanziale condivisibilità dell’esperienza coscienziale, quindi di una interazione concreta dell’esperienza mondana. Questo, tuttavia, non suggella l’assolutezza e l’esclusività di tale realtà, anche e soprattutto nella consapevolezza che ogni esistenza è una, singola ed irriducibile, pur se similare, e che ogni esistente vive, e propone, un mondo causa sui. Similare, ma unica, è l’esistenza che si dà carsicamente, che vive lo spazio temporale. L’esperienza di ogni vita, di ogni ente senziente, sconfessa la tentazione di passare dal grado della similarità a quello dell’identità e dell’assolutezza. Il flusso di coscienza è lì a porci uno specchio ove poter, diadicamente, riconoscerci nell’affiorare, e nel nascondersi, dei linguaggi/mondi, ovvero dei costituenti coscienziali d’ogni possibile per noi.

La monade è sempre diade nel suo plasmare il mondo, e diviene creatrice di mondi nello scomporre il linguaggio consegnato dall’esperienza e dall’interazione, ricomponendolo e spingendolo oltre, distillando il vapore convettivale dello stream of consciousness, aggrumando sulla superficie intuizioni imaginifiche, quasi in senso bruniano, distillando da esso i semina rerum archetipalium.

E’ questo un processo di trasmutazione verso il disvelamento della profondità e pluralità della realtà, il suo dischiudersi tou wa bou,

Il mondo è la roccia in cui scavare noi stessi, sapendoci frutti della terra, e di una Terra Primigena che possibìlita il rapporto generativo vicendevole, l’apertura, e di questa apertura prender cura, ascoltando l’eco delle gocce translitiche, distanze distillate.

Tale apertura è altresì da noi chiamata visione epoptica, ed il suo linguaggio poiesis.

Poiesis ed epopteia sono lo scabro raschiare delle unghie di colui che si è tratto al di fuori di un flutto ostile, divisivo e pervicace, e che rimane aggrappato ad un sasso con le dita tese nello spasmo della lotta contro la corrente. Poiesis ed epopteia sono il movimento fluido e veloce che fa abbandonare la presa per nuotare, volare, strisciare e camminare tra le onde, e raggiungere un nuovo sostegno, e lì ritornare, denti ed unghie, ad abbracciare la solida matericità intorno a cui fermare il proprio fluire assieme ala corrente, calmare lo sguardo, e permettersi di poter scegliere di continuare la sequela del flusso o iniziare a balzare a ritroso. In entrambi i casi, esse sono il guado che conduce al cammino verso la fonte e la cascata. Poiesis ed epopteia sono la percezione delle molteplici differenziazioni delle onde, delle correnti, delle carambole e degli schianti in cui l’impeto del fiume trascina a terra il distillarsi delle acque del cielo. Poiesis ed epopteia sono la saggezza del naso che riconosce il mutare dell’odore delle gocce in sospensione, è la pelle che dialoga con i cozzi e le carezze degli abitanti delle acque, è la sapienza ancestrale che non ha bisogno di noi per accadere, ma che accade anche per noi.

Il mondo divenuto merce, perso nell’essere un codice a barre, una promozione per il consumo, povero di corpo e di anima, scevro di sensibilità ed intelletto, in senso campanelliano, il mondo divenuto venum dare-pessum dare,2 è il mondo/incoscienza ove gli dei si sono ritirati dalle radici delle piante e dai raggi del sole, e dove l’uomo più brutto di Nietzsche misura con la propria grandezza smisurata e lillipuziana il cosmo, rendendolo pesante con il peso del proprio passo.

Il vento, racchiuso in esso, geme dei rantoli e soffoca i canti. A noi spetta trasmutazione di questo depauperamento. A noi spetta il farsi mondo secondo vastità e radianza.

Mondo è pietra

levigata, porosa,

scagliata sul fiume.

Sole nascosto

è coscienza

acceso dal soffio

di labbra nostre

antiche e lontane

sorriso titanico

dinanzi al gioco

che conduce la notte

e il giorno

sullo stesso filo

dell’acqua.

“ Il chaos è lì nella tua primordiale natura, ed è tale da non escludere un ordine.”3

1

Affaticati opifici dalle distrazioni liberatevi!

Cuncullatio sine metu del glomerulo scoperto

nei carnacialeschi turni di lavoro

oh il miglior artifizio è nomarti vita

– Arbeit macht feri Il lavoro nobilita l’uomo

e nella catena nasci consuma riproduciti e crepa

sta l’orizzonte del tuo essere merce

ed ombra plasmata da polvere

d’arconti e di padroni delle ferriere-

la vostra vivisezione è malpighiana

ma bisogna pur assaggiare l’organo interiore respira

tastando gustando l’ombra delle cose

è il protocollo della normalità o almeno quello

che per normale vien spacciato

1Plotino, quinta enneade, il pensiero come diverso dall’uno, Milano, 2000

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…Venum dare, pessum dare…Ho nelle vene il sangue sciolto dall’afa del mio squadrare. E soppeso, e contratto oro, e placente, e suzioni, e dei resti delle casse ne faccio mercato, assoldando l’inizio della consunzione come bottega a minuto del rimorso. ..Venum dare, pessum dare…All’incanto ho venduto le mie vene, pensando l’afa bastante alla vita della sua carne. L’interesse, da solo, s’accresce. Così ho inviato messaggi d’invito alle stirpi dei faraoni, affinché mi vendano, sfruttando a mio favore il contrattare, lo stomaco dell’Ibis, o la testa di Anubi, oppure mi insegnino ad asportare con ganci serici il cervello, per il banco d’acquisto del limo, e trarre così materiale bifronte per i campi e per le nari. Il profumo delle dolci fragranze del cervello, messo a scaldare sulle ceneri meste di rovine, previene la tigna che corrode…Pessum dare, venum dare…Oh, che cosa direbbe a voi, clienti della fiera, una coppa vuota di ogni mistura? Non sarebbe vergogna agli dei lasciarla incompleta e non soddisfatta? Anche i discendenti dei faraoni comprarono oli ed essenze, ed intrisero bende nelle coppe ripiene, e fasciarono masse di mosche e di vermi, profumando, pagando il giusto compenso, l’odore nauseante d’umida sconfitta. Così voi, amici, clienti della fiera, non permettete, vi prego, neppure per il giro d’una mosca, non permettete che si sciolga un corpo, senza ch’io possa vendervi un unguento, senza che io possa, prezzolato, mettermi in atto, e nascondere la latrina che si apre con lo schiudersi della vostra anima redenta…Venum dare, pessum dare…così ponendo a frutto la ritenzione di un giorno nell’altro, e senza troppo sforzarsi, assoldare per un trenta danari qualche piaga per sfoltire il mercato, vendere unguenti, e chiamare gli oranti, e donne, e stridere ad ogni battito di ciglia, ed i tassi delle banche alzeranno i profitti, temendo che blatte e scorpioni possano sottrarre prima del deposito un cliente, un economico, un imbalsamatore…Pessum dare, venum dare…così mi risolvo a trattare con cura paziente i corpi, e trarre profitto bifronte dall’operosa e solerte infezione. Ho chiamato certi figli dei figli di coloro a cui gli intrighi di corte permettevano di glabrare il loro labbro superiore, arricciandosi la barba scrutando i confini stellari. Devono darmi certe gocce di veleno da promuovere in strutture, ed inserire in meccanismi produttivi, e così aumentare lo spazio del profitto per ogni frutto caduto e seppellito, oppure conservato, secondo la tradizione che fece grande il nome di mio padre. Banchi di pegno, banche di usurai vedranno inaridire il loro orto di grassi frequentatori, ed invece masticheranno pidocchi di cenci immarcesciti, e sarò corteggiato come grande signore…Pessum dare, venum dare…quando sarò vecchio voglio cercare il migliore degli artisti, e pagarlo senza badare al metraggio della carta, e dirgli di affidare al futuro, con il tratto dei suoi scritti, la memoria di questo figlio della terra, oppure a lui dirò di effigiarmi sulla tela, come Gioconda, od ancora costruire una Cattedrale ed incidere il mio nome sulla pietra angolare. Così rimarrà il mio nome sulla terra, giustamente immortale, e nei cieli, a spinte di preghiere e lamenti di praeficae, vincolate ad atto impegnativo notarile, e giusto frutto darà il capace soppesare, il vendere, il ritenere, l’inventare, l’avvelenare. -Venum dare, pessum dare-.

Da Erme(neu)tica del Chaos- La Diade e il gioco degli dei, Walter Salamano, Indepen

Scrittura archetipale e fanum interiore.

Dei, Archetipi e Prototipi. Verso un percorso di integrazione.

Noi siamo postumi al mito. Lo conosciamo come narrazione culturale, al limite come eredità d’un passato, vivendo la freccia di un tempo lineare che ci convince del progresso del dopo rispetto al prima. Ma il mito divora la prestanza dello spezzettarsi nel momento, prestanza dal nerbo che presto s’infiacchisce, e le sue labbra sporgono oltre l’abisso per mormorare a noi tutti, orfani del tempo, del senso del suo scorrere, l’importanza d’una radice salda oltre la cascata in cui ogni ramo, caduto dal proprio albero, viene trascinato e scompare. Il tempo dei Prischi, degli Dei, non vi è più. E’ terminato, irrimediabilmente. Nessuno pensi di ricostruire ciò che le deità stesse hanno voluto velare attraverso la polvere e il masso diroccato. Prototipi avari della numinosità archetipica, hanno doppiamente ritirato il divino dall’umano, creando prima culti e religioni, e quindi rendendosi crepuscolo, avendo l’umano una relazione con la propria Ombra preminente, rispetto ad un altro da sé posto all’esterno, a cui porgere devozione e sacrifico. Nessuno pensi, aprendo questo testo, di entrare in una tradizione, anche per coloro, non vorrei essere troppo cinico, che pensano nei termini di una philosophia perennis, in cui l’iniziazione ai misteri, oggi, attraverso passi e simboli, parole sussurrate e gradi, è ed ha valore sostitutivo di culto, o, se preferiamo, di appartenenza ad una comunità elettiva.

Le deità sono fuggite, e nessun dio si è presentato, se non sotto la forma di un Totalmente altro…a ben vedere, e come ho già accennato, gli dei della polis, del pagus, della norma, della regola, verso cui orientare la propria vita mediante divieti ed obblighi, erano già essi Prototipi, innalzati da caste sacerdotali che, mediando il rapporto tra l’uomo ed il dio, nascondevano l’essenza del percorso numinoso, che è quello dell’indiarsi bruniano, seguendo le proiezioni di questo o quell’aspetto, grazie a cui la nostra personalità germina, matura e respira l’ampiezza e la radianza dell’abbraccio della Diade.

Eppure, la Tradizione, in realtà, non esiste. Esiste il tempo, la stagione, l’ora, l’istante d’un tempo in se stesso arrotolato e raccolto, che noi possiamo visitare, e vivere, senza celebrare i fasti del passato, senza la pompa di ortodossie, obbedienze ed appartenenze. Noi siamo fiori e foglie degli dei, dei numi, il che significa che siamo di questo Cosmo e della sua vita. Immortali ed eterni quando viviamo l’ebrezza lucida d’una Natura Naturans, effimeri e transeunti quando chiudiamo gli occhi e li apriamo al quotidiano, ed alle sue leggi.

Per questo, paradossalmente, la più fedele tradizione è un tradimento certo, consumato nelle alcove di simboli sempre più nascondenti. Cattedrali, templi, logge, eremi, hanno serrato fuori la terra ed il cielo per mostrare una supposta verità che sta dietro. Fingendone rispetto filiale e filologico, e dedizione. Per questo, paradossalmente, la spiritualità selvaggia può mostrare un chiaro riverbero dei numi, per questo l’eresia non è la scelta dettata dal volersi fuori da una veduta comune. Eresia è, principalmente, esser fuori dal linguaggio comune, dai recinti ove allevare differenze ed identità, supremazie e purezze.

Paradossalmente, la spiritualità “sciamanica”, “stregonesca”, “istintuale”, ed anche l’arte postmoderna, lo sperimentalismo, ma anche l’antichissimo percorso alchemico, l’analisi dell’inconscio, ora, nel terzo millennio, riescono ad abbeverarsi alle fonti in cui ancora riecheggia la risata del fauno, e dove il viso della driade ha benedetto le acque, riflettendosi. Paradossalmente, gli dei ritiratisi sulle acropoli, e nascosti nei sancta sanctorum, possono finalmente rendersi liberi dal gravame della fascinazione keromatica, che ha guidato loro nel determinare l’illusione della frattura, all’interno della Diade.

Purtroppo, anche questa è una considerazione destinata a vivere come il battito d’ali d’una farfalla. Basta essere in due, e nascerà l’ortodossia, il canone e la gerarchia, anche tra gli anarchici più radicali. Se da solo, l’uomo giunge a contraddire se stesso, ed una sua parte condannerà l’altra alla rimozione, od alla sublimazione, od ancora alla scissione.

Rimane, certamente, la problematicità del Kenoma, dell’Abisso diveniente, del dolore, del male, della sofferenza, dell’esperienza quotidiana dell’infelicità, dell’ingiustizia, e di come tentare di travalicare tutto questo mare pereanita. E’ un’istanza che chiama e scuote tutti, e verso cui le risposte teoriche, filosofiche, o delle rivelazioni, non si volgono se non come convenzioni problematiche a cui prestare fede, fiducia, possibilmente in forza del rispetto che l’Accademia, o la Chiesa, qualsiasi essa sia, anche quella del libero spirito pagano, se vi fosse, se esistesse, richiede e propone.

Per questo bisogna, io credo, reintegrare il nostro esserci con un tempo diverso, ed un diverso guardare. Ispirandoci al mito ed agli antichi percorsi, sapendo che neppure il linguaggio può supportarci…ciò che io chiamo albero, per fare un esempio, è certamente quella cosa di legno in mezzo al campo che sto guardando ora, e che modifica il suo aspetto a seconda delle stagioni…ma per me quello è solo quello, al massimo, lo considero legname, o fonte d’ombra per un pic nic…per l’uomo dei millenni addietro, esso era una fanìa immediata, una cosa divina, con cui aveva un rapporto esistentivo totalmente diverso. Non addentriamoci, inoltre, nell’impossibilità, che noi esperiamo, nel ricostruire in maniera filologicamente, i fonemi di lingue come l’egizio antico, il protoellenico, il cretese o l’etrusco. Bisogna quindi prendere atto che un nuovo percorso verso i numi ha da essere disvelato, pur nell’ispirazione fruttuosa, e nel nutrimento spirituale certo, degli antichi misteri e delle scomparse voci di saggezza.

L’epopteia eleusina, l’esperienza mithraica dell’ipogeo spirituale, e del sacrificio sub specie interioritatis, l’ispirazione vedantina, il fascino delle speculazioni gnostiche, forse, sono alcuni tra i semi da far germinare entro l’animo del viandante. Ma non sono certamente i soli.

Io, nella mia esperienza, ho prediletto quel tipo di fragranze, con cui purificare il fanum che, vitriolicamente, viene scavato nel precipitato delle forze archetipiche del nostro esserci all’interno del mondo.

Gnosi vitriolica

Oi Arkoi non sono qui,

a tesser norme tra il cielo ed i viventi.

Assorbiti nuovamente,

nessuna terra abitano

nessun fanum

ove mettere piede,

se non per destare guardiani iracondi,

o ierofanti malevoli

dai denti aguzzi

come i resti sulle acropoli

od i tronchi incendiati

dei boschi sacri,

od ancoralo sguardo bilioso

d’un Supremo ed unico Iracondo.

Ma il raggio di sole,

la pioggia lunare sulle foglie,

in noi, indisturbati,

continuano a sostenere il nostro respiro,

come l’ombra ed il sole

l’acqua fecondano,

e proteggono,

per il fiorire del seme.

Vetriolo

è il nome del sentiero,

ove i Prototipi,

volti riflessi degli archetipi,

con voci e con gesti

l’Abisso ed il Kenoma,

sino a Zoe ed al suo abbraccio

con Zobris,

come il rame con l’oro,

per tendere filo regale

sulla fronte

ove l’Anima, perla immacolata,

riflette i flutti dell’Abisso.

Tratto dal volume “Del varco”

per una teoria della scrittura

Della prosodia filosofica e dell’ostensione

In termini euristici, presupporre l’esigenza d’una prosodia della parola che appare, figurativamente, cenestesicamente, tattilmente, olfattivamente, uditivamente spazio dell’essere che si mostra, grazie ad un vuoto che accenta il ritmo del proporsi della visione, che è il ritrarsi del personale entro il sé generativo, o Sè, significa adempiere alla profezia che la nascita dell’arte ha comportato, e comporta. Il padre ingoia la pietra, ed il figlio depone l’autarchico protendersi della tirannia del tempo verso ogni istante, contemporaneamente, nello stesso accadere, nello spazio ove non esiste il prima ed il dopo, la causa e l’effetto, il padre si corona, riflettendo la propria immagine tra i flutti che, orchidoctomo il consenso della dea, dell’anima, dea titanica e precedente la resa al labirinto, ha strappato sin giù nei flutti, ove l’Oceano spumeggia finalmente la Venere Creatrice, l’anima seminale attraverso cui ogni ente ostende l’essere.

La profezia dell’arte è seguire e produrre se stessa, ovvero costruire l’assenso all’accedere dell’essere nell’ente. In termini euristici, questo presuppone gettare tra le fauci il lapis dell’effetto, e spodestare da tale trono l’antico re, liberando la filo-sofia, cioè la tensione verso il disvelarsi dell’essere, o dell’Essere, dal labirinto entro cui il Minotauro mugghia la necessità del sacrificio del qui ed ora, dell’anima vergine, ovvero nuova perché sempre se stessa nel suo dirsi. Significa abbracciare il pensiero teleologico dipanatosi come filo che oltrepassa i limiti perfetti della sferica perla, per fare collana. L’arte è il farsi teleologico per eccellenza, in quanto essa esiste quando diviene se stessa, e non appare se il segno, la parola, il suono, il gesto, il colore, non è come lo schiudersi dell’ostrica alla mareggiata abissale, per esplodere nell’istante della sua sferica lucentezza.

Del farsi teleologico dell’arte, la filo-sofia ha lo stesso bisogno che il suono ha di un orecchio aperto al fluire della brezza sonora, o di un occhio che permette lo schiudersi epoptico. Euristicamente, questo presuppone assumere la ricerca della prosodia dell’atto erme(neu)tico come ritmicizzare questo ritrarsi ed avanzare dell’istante entro ogni istante che l’arte propone come spazio all’ente. Disvelare e celare con lo stesso movimento, ricreare e ostendere l’orientamento teleologico del proporsi delle cose a cui la stanchezza del regno di chronos ci ha sottratto, gettandoci al contempo entro il risentimento del vero come giudizio e pre-giudizio che ci guida, necessariamente. Come il re Mida che ogni cosa trasforma in oro, inutile ricchezza e fame perpetua, il nostro linguaggio, lasciato all’aprirsi di labbra non dischiuse dalla meraviglia, altro non dice se non i propri limiti, stabilendo se stesso come causa del mondo. Generativo ed epoptico, quanto di più vicino al Sacro e quanto di più profondamente esistentivo, che transumana nella compartecipazione del bios in zoe, di chronos in aion, l’atto prosodico del testo poietico-eme(neu)tico, generato il pensiero come uscita dal labirinto, è il fluire della parola al di là del linguaggio, verso se stessa.

Il seme trascina i respiri

della vela

che solca i mari,

il fremere dell’ala che fende

il sole che tramonta,

il correre delle dita

che scrivono parole,

e né il prima

né il dopo

determinano diversamente

il suo esser pianta,

e fasciame,

e carta su cui scrivo.

Compiere la profezia dell’arte è lo stra-ripare del fiume Lete verso il carsico accoglimento di ciò che altrimenti sarebbe nascosto.

Filosofia e mitopoiesi, poesia e metapoesia, scrittura di flusso e scrittura epoptica. Per un’idea organica del percorso erme(neu)tico.

Tratto dal libro: Cosmo e Testo. Scrivere col kykeon.

Del saltatore
Pensando a colui che si pone alla ricerca del senso delle cose, anche solo
di una verità meno colloquiale e banale, come pure di un approfondimento
circa l’esperienza della nostra finitudine, del dolore, o del perché delle
emozioni, di cosa sia la gioia, della ragione e del perché di quel senso
d’infinito che ci avvolge quando finalmente amiamo, quando riusciamo a
renderci conto, per un istante, di essere lì, presenti, bastevoli, perfetti,
sferici, circolari, finiti, ovverosia completi, in quel momento, con quella
persona, o in quella situazione, quando cioè riusciamo a godere di questo
e, al contempo, di accettarne l’inevitabile compimento del proprio fato, il
disparire, lo svanire, lo scivolare via, il morire, quando mi soffermo a
considerare il cammino, o viaggio, o errabondare, di un insoddisfatto a cui
non bastano le vecchie, o nuove, spiegazioni vendute, serializzate, donate,
concesse, rivelate da altri, l’immagine che più sintetizza quanto sarà
l’esperienza di questo ente in ricerca, o semplicemente in fuga dal mondo
e dal linguaggio vetusto, piccolo e stretto per le sue necessità, è quella del
saltatore sul tappeto elastico.
Poniamo una persona che voglia visitare un palazzo quadrangolare, un
edificio di diversi piani, piani tra di loro non comunicanti attraverso
alcunché, né scale, né ascensore, né botole, né corde o qualsivoglia altro
artifizio, mezzo o soluzione, e che per raggiungere ogni piano non avrà
altro mezzo se non un tappeto elastico. Poniamo che questo palazzo sia
costruito con un cortile all’interno ove ogni piano s’affaccia, delimitato da
una ringhiera. Poniamo che per visitare questo palazzo, quindi vedere
all’interno dei singoli piani gli appartamenti, ed al loro interno l’arredo,
gli abitanti, i colori delle mura, le tappezzerie, la biblioteca, insomma,
ogni elemento di quel piano, non abbia a disposizione una mappa, una
piantina, una qualsiasi informazione che gli dica qualcosa in merito alla
disposizione delle stanze, al loro utilizzo ed alla loro occupazione da parte
di abitatori, od ospiti ivi presenti; poniamo che per saperne qualcosa vi
siano due possibilità in merito a come e dove compiere i balzi, la prima,
rimanendo fuori dall’edificio, poiché la porta è chiusa e non se ne ha le
chiavi, ma è dotato di finestre trasparenti ma chiuse, ponendo il tappeto
perpendicolare ad ogni singola finestra, e quindi saltando sino ad
intravedere quanto dentro quella stanza di quell’appartamento, poi, fattasi
un’idea più o meno precisa, aumentare lo sforzo e l’impegno e passare alla
stanza del secondo, quindi del terzo e via via oltre, e, arrivato all’ultima
finestra, spostare il tappeto e riprendere la stessa azione per la fila a fianco,
non potendosi certamente creare un’idea precisa dei vari appartamenti, ma
solo delle stanze con finestra e, finiti gli zompi, mettendo assieme i ricordi
piano per piano, cercando quindi di ricreare ex postea, dai ricordi
necessariamente frammentati, l’immagine delle singole stanze e degli
ambienti che costituiscono i vari piani.
La seconda possibilità sarà quella di fare irruzione forzando la serratura
del portone centrale, porsi all’interno del cortile, vicino ad uno dei lati, a
quello la cui disposizione pone il saltatore in situazione di migliore
impresa, quindi, iniziati i salti, e raggiunto il primo piano, vagare per i
corridoi, gli ambienti, le salette, considerare lo stato dell’edificio, e quindi,
avendo curiosità di visitare gli interni, e non avendone né chiavi per aprir
le porte, né rispondendo alcuno positivamente alle sue richieste di
ospitalità, forzare la porta e quindi entrar dentro e compiere la propria
visita, potendo quindi farsi una chiara idea d’ogni singolo appartamento;
finito il piano, superate le resistenze, le reazioni, i dinieghi, i silenzi, le
sospette disponibilità e fraternità dei legittimi abitatori, o degli occupanti
abusivi, o degli ospiti che avrà incontrato, il nostro saltatore tornerà al
limitare del piano, si tufferà di sotto e con più vigore dovrà saltare per
raggiungere il secondo piano, ivi atterrare e muoversi come fatto
precedentemente, e così facendo, al termine d’ogni visita, dovrà gettarsi
nuovamente sul tappeto.
Quale la differenza tra la prima e la seconda esperienza?
Nella prima, compiendo i salti all’esterno dell’edificio, e potendo solo
scorgere gli interni delle stanze munite di finestre, ed eventualmente scorci
di altre stanze comunicanti, senza nessun odore, suono, dialogo che
all’interno vi fosse, percepire, l’idea circa le stanze del piano, e quanto in
esse, ed in esso accade, rimarrebbe quantomeno frammentata, povera,
limitata, aggravandosi la situazione dovendo limitarsi comunque alla
prospezione dei soli ambienti esposti, senza prendere in considerazione i
corridoi, gli ambienti comuni, né, tanto meno, avendo la possibilità di
dialogare coi presenti, cogliere dagli aromi della loro quotidianità, ad
esempio, abitudini alimentari o igieniche; alla fine dell’esperienza, il
saltatore avrà avuto una conoscenza esterna e superficiale di quel posto, e
di esso potrà farsi un concetto equiparando quanto visto con altri ambienti
conosciuti, per cui, di un elemento di cui non avrà avuta chiara visione,
per l’intensità dello sforzo, o per la brevità della circostanza, egli trarrà
quanto già lui sa degli ambienti architettonici o del comportamento che si
è usi mantenere in un ambiente chiuso, in un appartamento. Di coloro che
fossero all’interno del vano, egli saprebbe forse il numero degli occupanti
di una stanza, ma non avrebbe ben chiaro quanti dell’appartamento, se
qualcuno si fosse spostato da ambiente ad ambiente, e, se qualcuno di
questi abitatori, ospiti, permanenti od abusivi, avesse avuto desiderio di
mostrare di se stesso qualcosa, o di comunicare, comunque il saltatore
avrebbe dovuto accogliere quanto si mostra, con beneficio d’inventario se
sospettoso, dando fiducia se speranzoso, accettando la veridicità di quanto
intravisto basandosi sull’esperienza comune, passata, circa i possibili
scenari che usualmente si trovano in un appartamento.
Questa è la via del pensiero concettuale.
Il secondo caso è la via dell’irruzione all’interno d’un sistema altrimenti
chiuso e refrattario ad ogni visita esterna, ad ogni curiosità. Il saltatore
avrebbe dovuto oltrepassare, forzandola, la soglia che porta al basamento
comune, al piano terra, lì scegliere il lato più congeniale, raggiungere il
piano, vagare negli spazi comuni, farsi aprire o sfondare le porte, quindi
entrare ed attendere che, all’interno d’ogni appartamento e stanza, coloro
che vi abitano, stanno o soffermano interagiscano con lui, vedendo dei
luoghi i colori, annusando dei luoghi e delle presenze gli aromi, udendo le
voci, i canti ed i suoni, ed anche i rumori come gli stridii, ascoltandone i
discorsi e rispondendo alle domande.
Compiuta la visita del piano, il saltatore dovrà abbandonare quel livello,
tuffarsi e raggiungere nuovamente il tappeto, riprendere slancio,
continuare a saltare per raggiungere gli altri livelli, ed in questo sforzo
avrà la possibilità, mentre di volta in volta aumenterà la portata del salto,
di osservare come gli abitatori interagiscono tra loro e con gli spazi
comuni e, persino, ove accadesse, osservare ed ascoltare gli abitatori dei
diversi piani intenti a comunicare e parlare con quelli degli altri piani, chi
sporgendosi, per comunicare con chi fosse sopra e perpendicolare, chi
riferendosi ai dirimpettai a portata di vista e di parola; in sostanza,
l’esperienza del secondo caso sarebbe infinitamente più interessante,
enormemente ricca di informazioni, pericolosa, poiché esporrebbe alle
azioni ed alle reazioni degli abitatori, ma sarebbe una vera esperienza. Un
vedere, udire, ascoltare, percepire, intendere, sicuramente anche un
interpretare, ma quest’ultima evenienza sarebbe minoritaria in rapporto
alla sua totalità.
Questa seconda possibilità è l’esperienza del viaggio interiore epoptico,
ove, non paghi del limite posto alla nostra indagine, non convinti che
osservare, e ricondurre al conosciuto, sia una via da percorrere per
conoscere il castello interiore, la landa sospesa, la terra di mezzo,
chiamiamola come vogliamo, anche Ade, Inferno, linguaggio o inconscio
collettivo, ci si determina per forzare la porta, cioè i limiti posti dal
common sense, dalla cultura, dalle sovrastrutture personali e della tribù
d’appartenenza, e quindi si rischia il tutto per tutto, ovverosia si lascia il
conosciuto e ci si catapulta all’interno dell’edificio, calpestando corridoi e
sale dedicate allo svago ed al passatempo comune, e chiedendo a viva
voce di entrare per ogni porta, e con ogni essere presente fare parola ed
intenderne.
Tale è l’incontro con gli archetipi, o con i numi archetipici, come io
preferisco chiamarli, con l’architettura interna, le musiche, i suoni, i
simboli, le lingue parlate, che il viaggio interiore può compiere in ragione
della prospettiva epoptica. Viaggio dedaleo, non confortato da precomprensioni se non l’orientamento erme(neu)tico che terrà ferma la barra
dello scopo e dell’orizzonte: l’incontro con gli abitatori e con i loro
significati/significanti.
Fortunato chi, esaminando ogni singolo piano, non prestando totale fiducia
alle parole di chi gli avesse suggerito, prima di compiere l’impresa,
l’impossibilità del passaggio da piano a piano, si fosse messo nella
determinazione di prendersi il proprio tempo e di soffermarsi a parlare con
le figure eminenti, chiedendo a loro, e reiterando la richiesta, quale fosse
la via segreta, il passaggio nascosto, o semplicemente inusuale,
inaspettato, magari visibile a tutti, ma concettualmente rimandante ad altro
rispetto all’idea di passaggio, di soglia, di mezzo, per passare da piano a
piano.
Felici coloro che, in risposta, avessero ricevuto l’invito di chiudere gli
occhi, e di riaprirli poco dopo, scoprendosi passati al piano superiore.
Affinché questo accada, ci si deve affidare alle scale musicali, ed ai canti
germinali che i numi, tra loro, in ascolto, fanno vibrare.
“ Le sette dimore dell’uomo risuonano di sette diversi tintinnii di sette
diversi metalli. Nessuno li conosce, neppure la forza che schiaccia la terra
contro il cielo.
Ogni tintinnio è silente, ed è un abitatore.
Nessuno e nulla esisterebbe senza quella vibrazione, quella frequenza, ed i
sette metalli sono quella frequenza. A ben considerare, i metalli sono solo
l’estrinsecarsi visibile di abitatori altrimenti invisibili, ma, come ben si
seppe sin dai tempi dei fuochi dalle stelle, noi esistiamo se siam percepiti,
pensati o sognati, e noi pensiamo, percepiamo e sogniamo sempre
qualcosa. A ben considerare, tutto è già nello stesso istante, e non potrebbe
esser diversamente. Come nella luce i colori.
Semplicemente, per parlare, dobbiamo operare distinzione.
Per questo non siamo noi i silenti abitatori, per questo siamo sotto il duro
regime di Chronos, o almeno, così percepiamo, pensiamo, sogniamo. I
silenti abitatori sono il tintinnio del sistro ed il rullare dei cembali che
scuotono il torpore del sonno invernale con cui Chronos, antico, copre di
gelo il mondo.
Solo dipanando il percorso entro le dimore, spiando le istoriazioni ed i
dipinti, figgendo nella carne l’aprirsi impalpabile del vuoto delle stanze,
incontreremo infine, nel silenzio, la musica, composta dai sette abitatori
silenti, tra di loro in ascolto. “
Walter Salamano, Dei Silenti Abitatori, op.cit.

Estratto da “Catabasi-Cadavere Globale-Crogiolo.-

Catabasi

Poema archetipale

Il primo mitema (…) è un “viaggio del Dio” verso il regno dei morti (…) un movimento verso il basso, una “discesa”, oppure, come preferiamo, Descensus ad Inferos.

Per poter compiere tale viaggio, non è sufficiente che il Dio vi si avventuri, né ciò avviene (…) per un’iniziativa arbitraria:si tratta di un viaggio indesiderato, al quale il Dio è costretto da una sciagura imprevista…1

Inoltre, si noti che le testimonianze di una “Dea Doppia” sono presenti nell’iconografia sin dall’età neolitica: se Demetra e Persefone sono l’unica sopravvivenza mitica di età protostorica-storica di questa coppia, non si può escludere che esse (…)rispecchino una traccia dell’archetipo junghiano della “Doppia Madre”.2

Prologo

Caput Draconis

Cavalcando un respiro

che non si sa vento,

ci aggiriamo tra confini

di parole raggrumate,

lo sguardo sghembo

sulla pietra e sull’acqua,

il fuoco delle stelle

spento dallo sguardo

claudicante di zoccoli

che rivestono calotte

di crani che furono,

un tempo, terra di visione.

Macinando sabbie patrie,

senza lingua materna,

scendiamo tra le ombre

di specchi d’ossidiana,

battendo i palmi

contro l’arco deflesso

che cinge il nostro calare

nell’Ade petroso,

ove l’acqua piovana danza,

sfrigolando, e diviene vapore.

Entro un ventre sterile

di piogge corrosive, semi

non fecondati, mastichiamo

l’un l’altro indifferente dolore,

nell’attesa che un fuoco

s’inneschi dalla schiuma

dell’Oceano, che il vento

urlante, sorprendendo lo sguardo

dell’Antico Reggitore del tempo,

allacciato alla Dea Velata d’Oscurità,

dal ventre freddo e dalla vulva

d’ogni seme ricolma, lancio

di dadi su sabbie palustri,

sguardo ubiquo, duplice, terr/igneo, acquea

sospensione pronta a scagliarsi

tra le colonne di caverne

dagli abissi senza luce con folgore

strappata dai polmoni della terra,

quando l’incedere della tempesta rischiara

gli orizzonti, ed i vivi ed i morti s’assiepano

come grano nel campo, chi per cadere

e raggiungere il regno di sotto, chi

per tornare al cielo nella zolla rivoltata,

e volare nel vento,

al di là del limen soppesato.

Nel mezzo

Corpus Draconis

Noi cantiamo il sogno del tempo di mezzo,

quando si cade come goccia

dalla pietra millenaria,

e deposito alfine di spoglie si diviene,

tempio inglorioso sotterraneo

per divinità scolpite nella carne.

La ragazza è stata stuprata,

tra furia danzante di zoccoli

e fiori di beltà sfolgorante,

pestati dalla brama e dalla fregola,

e la voragine ha squarciato il ventre

della terra, e già fili aridi d’erba

nei campi si mostrano,

ed ora il segno di unghie straziate

il viso d’ognuno segna ogni mattino,

quando il sole rinasce e le nostre vite

con lui, inseguendo le parole

udite e smemorate nel viaggio

all’interno delle tenebre. Parole

scarnificate e senza respiro

assieme abbiam detto, attendendo

che la furia della madre in pianto si mutasse.

Ora che la bevanda abbiamo bevuto,

il viaggio mortale del dio si compie,

e nel campo di Nisa posiamo il nostro capo,

attendendo il passaggio dell’Anziana

ché artigli d’acciaio ci affondi nella schiena,

e voltati e rivoltati sul fuoco

ci renda favilla pronta a volare

nella notte del frumento che nasce,

lontano dal solco,

dall’erodere affamato

di ciò che nasce, trionfo

di giovani incatenati a vecchie

mezzane del baratto, dalle mammelle

pendule ed avvizzite.

Per primo venne il silenzio

rapido come un vento,

e spalancò la mia porta

strappandone i cardini.

Nella stanza entrò,

con la furia d’un branco di lupi

affamati, ed un fuoco

accese, di cristalli di ghiaccio,

simili alle lacrime intimorite

dal silenzio contratto

sulle gengive e sulle palpebre

dei morti sussurranti

l’antico gelo d’inverno. Il silenzio

1Valentina Sirangelo, Dio della vegetazione e poesia, 2014, Roma

2Valentina Sirangelo, op.cit.