Estratto da “Dei silenti abitatori”

Consegna dell’enigma al lettore ed apertura dei testi

Anticipazione, intermezzo e fine con il quale si consegna l’enigma  dei fogli,delle pergamene e dei papiri ritrovati nella bisaccia di un caduto a Verdun, legati da una correggia attorcigliato su se stessa per tre volte, su cui, all’interno, si trovano incisi questi versi:

Ho raccolto nella lunga contesa

ciò che gli altri non raccolsero,

ed ho razziato

quanto gli altri non vedevano.

Mille battaglie il mio generale

mi ordinò di combattere

ma l’ultima guerra io, solitario,

starò immoto ad affrontare,

e non potrò razziare

di me stesso null’altro dell’oro

che già mi appartiene.

Il manoscritto sembra eseguito in epoche e luoghi diversi per calligrafia, materiali ed inchiostro. Non si conosce il nome del caduto. Né nazione o grado.

Sparse lettere d’alfabeti, leggibili dai fogli bruciati e lacerati.

Ricomposte in tutte le possibili soluzioni, una fra tutte è

Diadoco Antimonio.

Di lui si consegna un breve poema a prologo, come presentazione dei fogli ricomposti.

Prologo

Apocrifo delle Terribili e del loro figlio  Eros, il festante senza tempo.

Il seme protende il suo viso verso il sole,

nella sempre sorridente attesa

dell’alba e del tramonto.

Scomparire tutti si deve,

tra le zolle inerpicate

sopra massi galleggianti sul magma,

o tra gli infiniti squarci tra le ere

che le Moire tessono,

come ornamento elegante delle loro vesti,

quando richiamano gli dei al loro banchetto,

richiedendo alle loro labbra il racconto

delle loro sempre nuove vite, e corse, ed amori.

Là i mortali immortali, quando schiudono

per un istante

le palpebre di Eros, colmo

del latte poppato dalle rosee mammelle,

 curve di tenebra,

raccolgono l’eterno rinnovarsi delle messi,

ora canto di sassi e di dune,

ora arpeggio di vento e di ali,

ora schiudersi splendido d’un corpo.

Altri,

sulle ali di farfalla,

librano oltre il pensiero le forme

del tempo e dello spazio,

liquidi suggelli per labbra balbettanti,

segretamente recandosi al fianco delle Moire

per sussurrare alle Terribili Madri,

d’ogni fili tessitrici,

d’aver scorto il bandolo,

letto la trama e l’ordito,

odorato le essenze dei colori,

e carpito il segreto,

chiuso ad ogni sguardo sospeso al loro filo,

come ragno attonito

mai satollo di farfalle,

in ultimo, cadavere

al centro al proprio filo.

Poi, tacendo come un seme

tace il proprio inverno

all’interno della terra, essi,

da se stessi benedetti,

le redini dell’auriga degli immortali

cinte ai fianchi

per il loro vagabondare,

vivono attendo al proprio lavoro,

come vena di metallo nella terra,

a loro sorella ed amante,

e del proprio cangiamento

stendono foglie al sole, e segrete radici all’acqua,

accarezzate dal vento che da ogni landa

trascina il respiro dei viventi,

morbide le umide radici scaldate

dal dorso infuocato del cuore terrigno,

tornando, di tempo in tempo,

nelle lande ove le ossa

scheggiate d’ogni respiro vibrano,

calcinate, arse,

scricchiolanti al nuovo peso del vecchio passo,

l’incedere fatale

che le Segrete e Terribili,

mormorando lo stupore

udito all’orecchio

durante il banchetto con gli Immortali,

nuovamente muovono

tendendo il filo, le forbici affilate

sulle ossa distese all’arsura,

del proprio giro d’arcolaio.

Apertura prima

Solo la voce si accalca sulle tribune del ricordo. Echi di esistenze nel mattatoio dell’arena, mentre la naomachia rende avvezza alla parodia anche i compagni di Giasone. La luce si smorza nel navigare sopra l’onda che si trasforma in tempesta. Ma non qui. Qui, i morituri si contendono l’entusiasmo della folla, agitando gomene trasformate in torce.

Il retiarius, avvolgendo la rete attorno all’antagonista sconfitto, urla il terrore dell’onda che avanza e sommerge. L’isola nel centro è travolta, ed il suo trionfo è la beffa d’un senato indolente e già stanco dello spettacolo. Arconti feroci s’annoiano nei panni sacrosanti. Il sangue si stempera nei flutti, ed ancora, ed ancora, scomparendo tra le crepe del terreno riarso. mentre le vele, inutili nell’arena, si gonfiano dei respiri dei morenti.

Voci come echi si accalcano sulle tribune, dimentichi che polvere ed ombra non lasciano tracce.

Ekate-Eracles

1

Il cielo tende la sua pelle e suona,

questa sera. Gocce e foglie, dalle trecce

degli arbusti, sferzano il vento,

sfere ed oblique losanghe di luci danzano,

agili e zoppe,

pennellando sui muri l’ intrico della vite,

ombre nell’ombra.

Dalla mia finestra osservo, la sigaretta

intenta a rodermi l’angolo dell’occhio

con un filo di fumo.

Solo il vetro mi separa dalla tempesta

di gocce e di rumori,

fragile e lieve come il soffio

che entra nel seme e scorre in fiume,

e rigagnolo,

e nuvola,

e speranza di mareggiata,

e risacca malinconica,

torrente di pochi anni

e acqua lenta di pianura,

e mi abbandona, infine, fuggendo,

lasciandomi freddo, stupito,

inane, capace solamente

di disfarmi in pozzanghere.

Questa notte la pelle del cielo

tende il suo richiamo

e non so se per poter cavalcare

finalmente a ritroso

i cavalli della pioggia,

o per sparire come carsica

lacrima in pochi istanti.

Il buio, ormai, cancella le ombre

e le dita della pioggia

sono il battito nascosto di chi scorre

accendendo e spegnendo

riverberi dinanzi

la polita lastra di bronzo

del tempo.

2

A schiere alate,

planando

sulle mescite di lava che le crepe,

 nella roccia,

offrono alle labbra

 riarse

del viaggiatore,

angeli dalle piume di nero corvo

compassano angoli e rotazioni, sull’asse

intorno a cui,

non vista,

condensa

la rugiada dell’orizzonte.

Fu mattino un tempo, ed ora

nessun movimento del cielo

indica quale istante

stia falciando quale vita,

ma continua

la vecchia puttana col saio tarlato,

sudario consumato dalle radici,

a mulinare la luna affilata

per mietere lo stelo

 che, paghi di se stessi,

 dei affamati dal viso stravolto

piantarono nel cuore dei viventi.

Mi appoggio alla balaustra,

il freddo della pietra

è orba del fuoco,

ed attendo la sera che non giunge.

E’ qui

e mai declinato ha il capo

nella conca fredda del mattino,

e neppure

l’alto stupore del meriggio

ha mai abbandonato la sedia

della sua indolenza.

E’ qui, ed il suo ginocchio

non piega movimento

per salire o per discendere.

Con l’ultimo filo di fumo

abbarbicato sulle mie rughe

attendo che l’ala corvina

d’un angelo,

 dagli occhi senza palpebre,

mi sussurri il suo nome

prima di trascinarmi

a misurare secoli e passaggi di bruchi nella terra

dall’alto della più alta pietra

che ventre di Madre

ebbe a far nascere.

3

Lacere,

le vele di Enea hanno garrito

tornando a ritroso lungo il fiume

tracciato dai cavalli della notte.

Sfilando dalle viscere

della tre volte infelice Didone

la spada, che comandò a se stessa

d’essere crudele,

ho tagliato questa notte

il tessuto umido di vento,

e ne ho fatto una veste

con cui passeggiare nel giardini pensili

di Babilonia, l’eterna mai stata.

Computo con lo stilo,

osso che non brucia e non consuma nel tempo,

lo scorrere verso, ed il già fluito,

e di profili di attori reco memoria,

cercando nell’imo del loro sguardo

il perché del mio navigare.

Babilonia, accogli ancora una volta

il galoppo dei cavalli,

la brace che presi dal bivacco degli dei

per farne dono ingeneroso a me stesso,

quando cavalcavo il respiro

privo della luce che brilla nella notte.

Accogli ancora una volta il sospiro del coito

sulle vele lacere e sinuose,

dismesse le sembianze delle vesti,

ed infine, sacro frutto della terra, sii seme

e stagione al contempo,

 ed innalzato sullo ziggurath

sii pianta carica di frutti, su cui

salire un poco ancora

per stringere al petto il fuoco delle stelle.

4

Cintura di Ekate, viso

rivolto alle stanze bipatenti

verso i cammini del giorno e della notte, Musa

che mai fosti mortale, e tuttavia

in ogni fossa è scavata la nicchia

del tuo tabernacolo,

acqua lustrale e pioggia sull’Oceano,

nel cammino sopra gli steli insanguinati,

a fianco della testa mozzata

del bambino che profetizza ogni destino,

lugubre tarlo posato su marmo ed alabastro,

tu non tendi mano e respiro per donare

lugubri seguaci.

Adorna delle stelle che non periscono,

giaci con il nostro pensiero, e guida

la trottola scossa dai Silenti.

5

Tu, che dalla corsa sfrenata

hai tratto la polla dell’acqua che mai viene meno,

Tu, che nel volo degli uccelli

hai guidato l’ala sino alle fonti delle parole primordiali,

Tu, che hai sussurrato lungo l’orizzonte

tra mare e cielo

le vocali che scavano le grotte

ove venti

 e falene

 riposano,

prima di trasmutare

nel falco che scheggia la pietra

e nell’aquila dall’occhio

forgiato dal Sole,

Tu, fallo eretto degli dei, divino

folle abitatore della silente saggezza,

Pan, saldo vincastro tra le mani di chi non teme

lo stare ed il partire,

rendi menade l’arida anima dell’agrimensore

e donagli primavera feconda, e dossi assolati

su cui maturare,

nell’attesa di schiudere la propria polpa

nel dolce fermentare dell’autunno.

6

E’ sulle rotte che flettono l’arco

verso il cielo e l’abisso

che, lungo la spina dorsale degli dei,

al giorno ed alla notte aprono e serrano

gli occhi, ed agli immortali dormienti,

il respiro di coloro

che indossano polvere ed ombra

per il lancio d’un dado.

Giunti al cardine,

spingere il cancello e camminare

tra le foglie autunnali,

sino a nuovamente assopirsi e germinare,

per svegliarsi ancora dinanzi,

e premerne il peso,

spinti da speranza e timore, antiche dominatrici,

o, forse, scardinarne l’incastro,

piegare le sbarre e gli arabeschi di decoro

e farne spartito, e note, e canto,

e con esso riempire vele, ali e narici.

Polvere ed ombra, grevi,

sul litorale sgretolato dalla secca onda del mare,

come biche d’insetti nel riverbero

della calura agostana, sul campo irto di schiocchi

e steli falciati, in chitinoso  silenzio,

stanno.

                                       7

Avanza, specchio d’ossidiana in cui s’immergono

i flutti d’Oceano e di Urano, avanza,

pupilla senza palpebra,

dimora di distanza aquilina,

avanza, vessillo d’impero

tra mangiatori di fango.

Ho atteso l’apparir dell’insegna,

e come semplice panno

l’ho visto rivestire afflizioni e gioie,

senza capire.

Ora distenditi come vela

e, cinta gemella del periplo del sole,

ruggito custode di fiumi disseccati,

fammi nascere come impronta

del tuo passo sulle onde

che cavalcano la terra, o,

come ala involata oltre il cielo,

 o come fuoco,

e sfiorerò il liquido tramonto,

nella gioia

del vermiglio stemperarsi del confine!

Raggiunto avrò la terra,

e dalla corteccia d’albero,

 e dai cespugli occhieggianti

il sempiterno nuovo verde,

 torneranno a prender vita

il fauno che corre

e la driade che tesse il manto del vento

tra i capelli gonfi di distanze.

Sala d’aspetto

La sala era vuota. Deserta. Un rotolo di polvere riposava pigramente sotto il tavolo della rivista. Le pareti scrostate, ricoperte di pezzi ingialliti di nastro adesivo vecchio, riflettevano una luce beige, sonnolenta, saporosa. Era da cinquanta minuti che attendevo un qualsiasi segnale dal dottore, ma nulla, solo rumori da dietro la porta del gabinetto delle visite, all’inizio più frequenti, ed ora scarsi, flebili, fruscii, qualche vago sussurro, un raschiar di gola, una penna caduta per terra, forse un peto. Forse era un enterologo, e stava cercando di risolvere qualche complicato caso di grisù intestinale, chissà. Ciò che era indubitabile, invero, era che la mia giornata di ferie si stava consumando in quello squallido ambiente. Beh, non così diverso, del resto, dal mio monolocale o dalla bettola verso cui mi sarei diretto non appena espletata la visita. Dovevo pur fare qualcosa per trucidare il tempo sino a cena. Leggere il giornale e bere un paio di sambuche, prendere un caffè corretto e completare un bartezzaghi, mentre di fuori, nelle strade della città, dentro le case, nel mezzo dei corridoi, gente tirava su soldi, scambiava indirizzi, tradiva il partner, spergiurava su dio, barattava ore di noia con biglietti per il cinema, comprava, vendeva, vomitava, si nettava il sedere con lo scontrino con cui aveva comprato un paio di scuse esistenziali e molta colla con cui tapparsi nari ed orecchie per rendersi isole…un gran bel posto, tutto sommato. Bettola, poi, doccia e cambio di abiti, quindi visita con il mio amico alla discoteca appena fuori dalla città, quella con la sala liscio piena di sessagenari. Uno sballo. Entrata libera e sfottò assicurato…caccia al sessantenne con tupè e dentiera formato nacchere…risate grasse sino al momento in cui ci si accorge, immancabilmente, che loro iniziano ad accoppiarsi, ad appartarsi, a pomiciare, a dar di foia, a strizzarsi le gonadi per spremere il fondo del sacchetto, e noi rimaniamo lì, con il Jameson nel bicchiere, ad ammirare le nostre risate sgretolarsi in sorrisi, quindi in smorfie d’amarezza, in ultimo in righe di mutismo.

Il medico non sembrava propenso ad uscire dal suo gabinetto. Sessantaquattro minuti da solo, senza un’infermiera, od un altro paziente, od un Testimone di Geova. Un record. Probabilmente si stava svolgendo un intervento a cuore aperto. O forse un espianto. Di certo la specializzazione del medico era in anatomopatologia, ed in questo momento il discepolo di Ippocrate era a cavalcioni sul torace della salma, intento a segargli lo sterno ed ad arraffare milza e cardias con lo stesso atteggiamento del macellaio che soppesa sulla bilancia le trippe per il cliente.

Settantacinque minuti, ed i rumori erano scomparsi del tutto. Un secondo rotolo di polvere era arrivato da chissà quale angolo a tenere compagnia al primo. Almeno non era solo come un cane ad Agosto. Ottantuno minuti. Era tempo di fare qualcosa. Mi alzai ed iniziai a tossire. Magari era un pneumologo, e sarebbe accorso a soccorrere il malato elettivo. Niente. Probabilmente non era la sua specialità. Optai per un passo pesante e claudicante. Che fosse un osteopata? Se fosse stato un sessuologo, avrei simulato un orgasmo. Probabilmente era davvero un anatomopatologo, abituato a riconoscere i segni della presenza d’un suo paziente dal silenzio. Iniziai a trattenere il respiro ed ad irrigidirmi in una sorta di rigor mortis. Nulla da fare. Novantasette minuti. I rotoli di polvere erano ora tre, quasi un party, un rave. Maledizione a me ed alle mie ricette, maledizione al cambio del medico. Avevo scelto uno sconosciuto. Ed ora ne pagavo lo scotto.

Centoquattro minuti. Quattro rotoli in moto proprio, lungo la sala saporosa. Ballano, i bastardi. Si divertono. Sembrano i vecchietti della discoteca. Tra un poco inizieranno a dar di dentiera l’un l’altro. Così pensavo, stiracchiando la noia lungo coscie e polpacci.

Ora basta. Mi sentirà. Uno, due, tre pugni contro il tamburato della porta. Niente. Quattro pestoni con la suola delle scarpe, a mò di Clint Eastwood. Un leggero fruscio. Aprii la porta e guardai dentro. Pareti curate, su cui erano appese lauree e specializzazioni, in oncologia ed igiene, una scrivania, un vestibolo, due lettini, un lavandino, un uomo in camice, riverso per terra. Quello non dovrebbe esserci, pensai.

Entrai. Un denso odore d’etere ispessiva l’aria come un pomeriggio sul Po d’inverno.

Due flaconi vuoti erano rovesciati per terra, un terzo era tenuto vicino alle nari dalle mani.

-E’lei il dottore?-, domandai all’uomo coricato di fianco.

-Ehehehe…aiutami a tirare su questo sacco di merda che porto attorno al mio cervello, e te ne sarò grato…per tutta la vita!- e giù a ridere e contorcersi. La luce rifletteva giallastra sulla sua testa stempiata, mettendo in risalto le rughe espressive sulla fronte. Aveva non più di cinquant’anni, e sembrava piuttosto allegro, nonostante una luce strana negli occhi manifestasse qualcosa di anomalo, di inquietante. L’uomo si riversò su di una sedia, senza staccare il naso dal terzo flacone.

-Ti serve qualcosa, fratello? Ho di tutto. Benzodiazepine, analgesici, stimolanti, ritardanti, antinfiammatori, steroidi, clitoridi…no, quelli mi mancano…sulfamidici, morfinati…Tavor, Prazene, Prozac, Nembutal, ah no, quello è stato soppresso, Qualud, Torecan…e poi ovuli, irrigazioni, pannoloni, provette per l’urina, Ah, c’è poi l’Aulin, Anaural, e quindi…-

-Va beh, basta, te ne prego…ti sei strafatto di etere?-chiesi, spazientito non poco dallo sproloquio del dottore.-E’ un po’ strano, tu mi concederai, vedere un medico ridotto in queste condizioni…non ti pare?-

-Certamente. Anche io trovo strano tutto questo, a dire il vero. Ma, sai com’è, quando si è specializzati in oncologia, e si scopre di avere un cancro avanzato, metastasi in gran parte del corpo, una nel cuore, molte al cervello, un florilegio nella prostata, un vero raduno nei tubuli seminali…tutto sommato, una situazione di merda, davvero…mi sono dato sei mesi di vita, al massimo un anno, se San Cristoforo mi protegge lungo le vie della vita…ed ho deciso di non dare una mano ai miei colleghi…gran parte di loro sono ignoranti e farabutti quel tanto che basta per ordinare qualche milionata di farmaci antiblastici, ricostituenti, antidolorifici, e quant’altro ancora, per poi enfiarmi di morfina, rincoglionirmi in un letto, fottermi l’uccello con un catetere, e rivendersi tutto quel ben di dio a borsa nera, mentre il vecchio collega tira le cuoia sfondandosi i polmoni a forza di scatarrare sangue e cercare aria…no grazie, preferisco scoppiare di droga, di cara, vecchia droga, naturale, sintetica, in polvere, in liquido, ma da solo, di mano mia, mentre ho ancora la possibilità di non riempirmi le brache di merda e trasformarmi in un cadavere vivente verso cui infermiere stressate inveiscono giorno e notte…a proposito, ci facciamo un buco di ero? Ho due siringhe da insulina, e, guarda caso,  una boccetta simpatica con cui dimenticare il mondo e la vita…- e così dicendo, si indicò il braccio- …poi mangiare peyote, calarmi ecstasy, fino a che non mi saltano le coronarie per la pressione, o non vado a finire sotto un tir rincorrendo farfalle canterine e ridendo a crepapelle…una risata ci seppellirà…ahahah! ce ne facciamo una insieme, ti va?-

Esitai quattro secondi. Non l’avevo mai fatto, e non mi affascinava per nulla. Ma quell’uomo solo, disperato, intento a scegliersi la propria morte per non diventare un letto occupato di corsia…beh, me lo sentivo vicino, ed onestamente mi sembrava da vigliacco ritirarmi. Trattenni un grumo di solitudine nell’angolo dell’occhio, e tesi il braccio.

Uscii per le 20.00. Il dottore si stava facendo un’altra dose. Lo salutai con la mano. Lui mi rispose con un latrato trattenuto, forse un rigurgito. Chiusi la porta e cercai i rotoli di polvere. Dovevano essere almeno una dozzina. Ed invece la stanza appariva linda, pulita. Qualcuno doveva esser passato a calare la propria falce sotto forma di scopa.

-Tutti noi, prima o poi, dentro il fondo del bidone!- mi dissi, dirigendomi tentennando verso la bettola.

Quella sera avrei fatto faville, in discoteca. Magari tra le cosce di qualche sessantenne.

La vita è troppo breve per non essere sprecata così.

Un giorno

Un giorno, quando

busserai alla mia porta,

ed insipiente e stanco

ti farò entrare,

non avrò paura che la tua mano

adunca e senza pelle

si annodi alla mia gola,

strappandomi il respiro,

o che, con unghie sporche

del fango di sepolture

travolte dalla piena,

strappi la luce dal mio cuore

gettandomi per terra come un vestito

ormai dismesso e stazzonato.

Suonerai, o busserai,

o magari di soppiatto

entrerai dalla serratura, sussurrando

le atroci parole che ti mozzano

il respiro, mentre giaci nel letto

prigioniero del sonno, od ancora

spaccherai il chiavistello, ed irromperai

con passo risoluto, smembrandomi

per sottrarmi lo sterno,

e farne gabbia

per un nuovo uccello prigioniero.

Giungerai, e toccherai il legno

della mia porta, ridacchiando

se dinanzi a te si parerà

un uomo impacciato e confuso

circa l’etichetta da seguire

in simili circostanze.

Forse troverai un uomo imbarazzato,

dallo sguardo dubbioso

e dai modi affettati, come si usa

con la visita

inaspettata

d’un parente

mai visto, se non in foto.

O forse

le mie mani palperanno le tue forme,

accarezzando i seni senza latte

e la secca vagina, cercando

di trascinarti sulle lenzuola,

e lì, proverò a smuovere

la tua indifferenza, fredda come una lama.

Quando verrai, avrò comunque

ancora del pane da spezzare, ed un ultimo

sorso di vino,

da bere e da assaporare.

Non essere scortese, prima

che la tua lama recida il mio filo,

permettimi di brindare

e salutare il mio nome

mentre diventa nebbia, e poi nulla.

Vela

Il tempo

è una vela afferrata

da dita spezzate.

Oltre il torcersi,

inutile,

dei palmi,

intenti a guidare,

e trattenere,

la tela scossa,

l’occhio non intravede

nessuna ala che speri un approdo.

Solo, alla fine,

lo strappo ed il guizzo nel cielo,

ed il repentino, muto garrire

nell’onda,

ed il lacero affondare.

Lungofiume

Quando cammino

vicino al Lungofiume,

e la voce delle rane

copre l’eco del treno

e del traffico,

nell’ora ramata

sospesa tra la sera

ed il giorno,

le nuvole che corrono

lungo il fiume,

tremuli riflessi

spezzati dalla coda d’un pesce,

a volte,

sono materia più concreta

delle nostre esistenze,

disperse

come i semi del soffione

dal passo senza meta

d’un randagio.

Stamane

Stamane ho aperto gli occhi,

la stanza ancor buia

per l’estremo stirarsi della notte,

mentre il tuo respiro era d’accordo

col cuscino e la coperta,

e ti donava il farmaco dell’oblio

temporaneo, il sonno.

Ho visto quello che sarà un giorno,

e che non potremo evitare

in nessuna maniera, poiché

neppure i celesti possono sottrarsi

alle dita delle Moire.

Uno dei due all’altro estraneo,

come una pietra ficcata

nel ginocchio d’un bimbo

caduto per terra nel gioco,

freddo e senza l’ansimo

gentile, come il richiamo

lontano d’un pettirosso, il tuo,

o borbottante,

come la cuccuma

al mattino, il mio.

La prima luce del sole

ha aperto i tuoi occhi,

ed ho, per un istante, odiato

il cielo e gli dei,

e l’arroganza fredda del tempo.

Per un istante il mio cuore

ha ringhiato la rabbia

impotente

che mi tenne sveglio

nella notte in cui mia madre

scomparve, abbandonando

gli ultimi respiri alle lenzuola

d’un letto d’ospedale,

troppo stanca

per accorgersi di camminare verso il buio.

Ho baciato i tuoi occhi,

ancora confusi

dalle immagini del sogno,

la fronte non ancora tirata,

le labbra assetate, le mani

che prima, impalpabili,

tu mi dicesti,

avevano accarezzato fiori

e spighe di grano, in un’estate

non ancora incontrata.

Quando ti sei alzata

ho atteso che tu uscissi

dalla stanza, ed ho parlato

alla forma del tuo corpo,

lasciato sul materasso e le lenzuola,

sussurrando frasi,

disperate,

d’amore.

Tratto dalla raccolta di racconti pulp in seconda stesura “Brutti, sporchi e lascivi.”

Educazione sentimentale- Anno di grazia del covid 2050.

La serata è andata piuttosto bene. Anzi, splendidamente. Aperitivo d’asporto, confezionato in cellophane e spizzicato con stuzzicadenti monouso, sterili. Riesling in bicchiere compostabile. Poi, da dietro il plexiglas appositamente allestito, sotto le cappe di aspirazione, il concertino del duo con banjo e voce. Serata cajun e old west, le ragazze in topless e mascherina trasparente, e noi, col certificato fresco di negatività, seduti ad un metro dal palco, a sgranocchiare noccioline nell’unico locale dove era ammesso rimorchiare. O meglio, dove è bene rimorchiare. Che poi, rimorchiare…è l’unico night con il bollino dell’OMS nel raggio di centocinquanta miglia. Rimorchiare…pagamento cashback, che poi, magari, puoi pure scaricare. O vincere alla lotteria degli scontrini.

Vado io per primo nelle camere. Pos e carta, scontrino con dicitura convenzionale. “Conversazione con figurante di sala”. Gel, guanti, cappe di aspirazione, mascherina in silicone sensibile con tubicini filtranti. Profilattico.

Stasera ci vado giù pesante. Sbanco. Voglio il massimo. E lo ottengo. La ragazza è ben disposta.

Concludo, e ringrazio, salutando timidamente con un sorriso, e pure lei. Sembra spontaneo.

– Ragazzi…che roba…ci siamo detti ben trentasette parole, e in più ha ripetuto il mio nome…ha tenuto gli occhi aperti e mi ha chiamato per nome…deve averlo letto sulla mastercard, e se lo è ricordato…-

L’invidia dei miei amici è palpabile. Mi guardano con occhi sgranati. Enzo, il più estroverso, accenna ad una stretta di mano, poi, ricordandosi il bon ton, si limita a sbattere il palmo sul fianco della gamba. Tutti lo seguono. Decisamente, è il mio momento, anzi, la mia serata. Gli amici che ti stanno attorno e ti complimentano e una ragazza con cui aver intavolato qualche parola.

Di questi tempi, un rapporto umano così stretto, anche se a pagamento, non è da tutti.

Non avrò altro

Non avrò altro

che vento per labbra,

per sussurrarti

parole al risveglio,

quando il mio corpo

sarà tornato erba e radice,

e raggi mattutini

come dita

per dischiudere

i petali del tuo sguardo.

Non avrò altro che pioggia

per ritmare sulla grondaia

l’attesa del mio canticchiare,

sordo e lontano

come l’incomprensibile

rombo tra le nubi,

mentre cercherai

tra l’abat jour

ed il divano

l’ora da assiepare

di ricordi e pensieri.

Non avrò altro

che le fronde,

per donarti frescura,

e la corsa della lepre

nella radura

per sorprenderti

e farti trattenere

il respiro.

Non avrò altro

che il tutto

per poterti amare,

anche se il mio passo

sarà forse palude

ed un poco

inquieterà il tuo sguardo,

anche se la bonaccia

combatterà contro l’onda

per giungere alla tua riva,

e l’afa scioglierà il sonno

sulle tue palpebre,

quando sarò raggio meridiano

nell’agosto afoso,

e le mie ossa,

scricchiolanti,

saranno

lo schioccare

dei grilli.

Sì, sarò il corpo

intero

del mondo, i pini

che donano il tappeto

al terreno, la pietra

che sbuccia il ginocchio

e sostiene il passo,

e le lunghe ali

dei migratori,

per tornare da te

con i venti ed i canti

d’ogni parte del mondo.

Perderò il mio corpo,

ed il mio nome

sarà polvere,

anche per me stesso,

ma saprò amarti

sino al tuo estremo

sorriso,

sino al tuo estremo

pianto,

in questo mondo

d’ombre, vestite

di polvere e speranze,

e ti amerò

attraverso la bellezza

della corteccia

che resiste

al gelo ed alla calura,

e saprò farti sorridere,

ancora, senza motivo

apparente, se non la sorpresa

della bellezza,

umile,

d’un bocciolo

profumato,

tra gli sterpi

ed i mattoni.

Per il domani

Per il domani,

per quanto ne rimane

tra le pieghe dei minuti,

stazzonati

come una camicia

alla fine della giornata,

per quanto ne rimane

sotto la polvere calcinata

delle ossa di liocorni

e centauri, che un tempo

abitavano e correvano

dentro il mio petto,

per il domani,

dicevo,

solo qualche verso,

solo qualche accordo,

solo qualche colore,

il roar del gatto

che sbadiglia,

il tuo sorriso

al risveglio, che un poco

d’alito infonde

alle creature ormai calcinate

nel mio petto,

la curva del seno,

l’aroma d’un vino robusto,

la parola che qualcuno,

secoli addietro,

disse e scrisse per lasciare

un passaggio, delle pietre

su cui guadare il fiume.

Altro non posso pensare.

Ed è già gran cosa

poter strappare

alle stelle così lontane

questi brani di luce,

e tenerli accesi,

come candele,

come bivacchi,

come occhi accesi

d’una amante,

mentre il vento

scuote

le nostre tende,

e l’urlo dei rami sferzati,

nelle gole tra i monti,

strappa dal nostro petto,

sempre più spesso,

l’ansimo senza fiato.

da “Poesie d’amore e di corpi”

Zarina

A tratti, rivedo quelle mattine

portate dal binario Genova-Acqui Terme,

pensiline dondolate e fumate nell’attesa,

quelle poche ore deviate

dirette nel nostro letto,

i tuoi occhi chiari, taborici

d’un verde ghiaccio da Cocito, venati

di brama violenta, cannibalica,

cristalli di zucchero

sciolti nell’un amaro

d’una bevanda che sapevo

avrei bevuto intensa,

ma dentro un’otre squarciato nel lato.

Labbra rosse e lingua succosa,

bella e invitante come la serica vagina dischiusa

d’una Eva coricata nell’Eden,

il frutto appena accostato alla bocca,

seno morbido e generoso,

rimpianto d’un paesaggio incantato

balzato dinanzi al finestrino

d’un treno in corsa, sbucato

da un’urlante, buia galleria,

terra sognata, trovata, perduta

nello scagliarsi del binario in avanti.

A tratti, ascolto sulla mia pelle

il nostro fitto, intenso parlare

sotto coperte custodi del calore

e del piacere di corpi e di anime

attratte l’un l’altra da secoli,

antico rito da noi celebrato per pochi mesi

e ripreso, scabro, laico, borghese,

dopo anni, in incontri

confusi tra lenzuola da boudoir

e distratte carezze

di mani con unghie rosicchiate.